Sinatra, la star in smoking che fu più rock di tutti

Cominciano le celebrazioni per i 100 anni dalla nascita dell'artista italo-americano che fece impazzire eserciti di teen ager molto prima dei Beatles e dei Duran Duran

Bob Dylan lo celebra pubblicando Shadows in the night , una raccolta di suoi classici. E in molti si sorprendono. Ma lui, Frank Sinatra, dietro lo stereotipo dell'intrattenitore in smoking, star delle platee in paillette e décolleté, è stato il più rock di tutti, attaccato all'ultimo blues dell'alba come Nick Cave, con una bottiglia di bourbon per compagna e la cornetta di una cabina telefonica per microfono come Tom Waits, il primo a camminare dalla parte sbagliata della strada, quando Lou Reed non aveva ancora provato la delizia dell'elettroshock ed era solo un marmocchio per le strade di Long Island.

Nulla a che vedere con il crooner che oggi Dylan scimmiotta nel suo falsetto, bello della bellezza delle foto segnaletiche: ce n'è una scattata nel novembre del '38 dallo sceriffo della contea di Bergen, strepitosa come l'accusa del fermo, arresto per aver sedotto e abbandonato una ragazza del New Jersey, all'epoca in cui si esibiva in un saloon per 70 cent in 7 giorni. Allora Frank cominciava a farsi le ossa nelle orchestre di Tommy Dorsey e Harry James. Piaceva per quei suoi occhi blu impenetrabili e di lì a poco sarebbe diventato un idolo delle adolescenti, esattamente come i Duran Duran o gli One Direction. L'industria discografica americana cercava un volto che potesse piacere alle generazioni troppo giovani per apprezzare Bing Crosby, e lui aveva la faccia giusta. Fu l'esperienza della guerra a farlo crescere in fretta. Due anni nell'esercito per rallegrare le truppe con le sue canzoni, e il ragazzo perse l'aria da scavezzacollo. Era pronto per firmare un sontuoso contratto con la Columbia. Infilò ventitré hit in classifica, una dietro l'altra. È allora che iniziarono a chiamarlo «The Voice», la voce per antonomasia, o «Swoonatra»: swoon significa svenimento, e infatti puntualmente le sue fans svenivano.

Nel punto più alto della sua parabola, tra un musical e un film, Sinatra incontra Ava Gardner. La storia con la femme fatale di Hollywood, che sposa nel 1951, segna la svolta della sua carriera. I due cominciano presto a odiarsi. Bevono e litigano dalla mattina alla sera. Sembra di leggere un romanzo di Fitzgerald, con pennellate alla Hemingway. Lei rischia di rimanere sfigurata a Madrid, durante una corrida. Lui è uno straccio. La Columbia non gli rinnova il contratto. Lo mandano a Las Vegas, un ingaggio che equivale al viale del tramonto. A riportarlo a galla è la candidatura all'Oscar per la parte da comprimario in Da qui all'eternità (1953). Dopo che Decca e Rca gli hanno chiuso le porte in faccia, la Capitol gli fa firmare un accordo per un anno, con sei opzioni di rinnovo. Prendere o lasciare. Frank però stupisce tutti. Stop alle hit demenziali che ne hanno fatto una star. Prepara una raccolta di ballate sofferte, In the wee small hour s, qualcosa che aiuti ad attraversare la notte, con canzoni che brillano della luce fioca di un lampione perso nella nebbia. Last night, when we were young , è un titolo che parla da solo: l'altra notte, quando eravamo giovani.

Gli arrangiamenti sono spartani: una sezione d'archi, un pianoforte sottotraccia e poco altro. Dentro ci sono gli echi di Gershwin e dei teatri di Broadway, ma è come ascoltarli dentro a una conchiglia, resta poco più di un soffio. Eppure Frank riprende quota, prepara in fretta nuovi brani. Songs for swingin' lovers! è affidato all'orchestra di Nelson Riddle, che ingaggia con la voce di Sinatra una lotta senza esclusione di colpi. È uno degli album più «rumorosi» di quegli anni, tra ottoni lucidati e le ondate di swing di It happened in Monterey e You make me feel so young . Intrappolata in quei solchi rimane anche l'interpretazione più bella di I've got you under my skin , la perla cavata dalle partiture di Cole Porter.

Dentro però è rimasta un'incrinatura, qualcosa che il tempo non è bastato a lenire. Nella primavera del '57 si chiude in studio con un quartetto d'archi. In otto mesi e cinque differenti sessioni porta a termine a novembre Close to you , che guarda ancora, anche se in maniera meno lacerante, ai giorni e ai temi di In the wee small hours . La melodia del violino sdoppia le linee vocali, come un colloquio allo specchio con una voce dolcissima che però non sa articolare una risposta. Il passo successivo è Come dance with me! , con la direzione musicale che passa a Bill May. Nel jazz le big band - sempre più gravate dai debiti - stanno lasciando spazio ai piccoli ensemble . Quel disco ne rispolvera il fascino, tra pieni e fanfare che ricordano quelli di Duke Ellington a Newport. È l'album più tellurico di Sinatra, e non stupisce più di tanto sentirlo a un certo punto esclamare: « I like music that bops », adoro la musica che fa saltare. Fuori dal blues, immerso in quel suono scintillante, The Voice è finalmente diventato grande.