Volo: cazzeggio, complessi e narcisismo

Il primo limite del cosiddetto cazzeggio è che non si sa mai dove va a parare. Si chiacchiera, si conciona in libertà, ma senza un punto d’arrivo riconoscibile. Il secondo limite del cazzeggio, spesso derivato dal primo, è che è autoreferenziale. Ovvero, in mancanza di una scaletta vincolante, di riffa o di raffa, si finisce per parlare di sé. Volo in diretta che, a detta di qualcuno dei suoi numerosi autori, dovrebbe essere una via di mezzo tra il Letterman Show e il Muppet Show, esemplifica alla perfezione questi difetti. È appena andata in onda la prima serata della striscia che sostituisce Parla con me di Serena Dandini (Raitre, mercoledì giovedì e venerdì ore 23,15), ma che fa suppergiù gli stessi ascolti (8 per cento), e dunque è ancora presto per pronunciarsi in modo definitivo. Ma la sensazione è che il «mood» sia quello. Fabio Volo, attore scrittore viaggiatore e dj accompagnato da una discreta dose di successo e follower personali, scollinati i quaranta fa il guru che non se la tira ed entra in studio tenendo in braccio un neonato che non si capisce se è il bambino di Anita Caprioli, chiamata a recitare una poesia di Alda Merini. Volo parla di articolo 18, slalomeggia come fosse alla radio, cammina sul tapis roulant davanti alla skyline di New York perché siamo internazionali e metropolitani. Cita Michelangelo, l’Odissea, lo shock addizionale, forse perché ha il complesso di non aver studiato e della cultura che gli manca. Fortuna che il cazzeggio ha anche il pregio dell’autoironia. E allora quando annuncia di aver intervistato tanta «gente importante come Chomsky, Rifkin e Latouche» per non risultare presuntuoso Volo aggiunge che non ci ha capito niente. Oppure quando inscena un’intervista-scherzo a Battiato prende per i fondelli se stesso ma soprattutto qualche collega (Bignardi? Costamagna?), confidando ai telespettatori di esser riuscito a dimostrarsi intelligente come conferma l’imprimatur del maestro che ha letto i suoi libri.
Il confine tra narcisismo e tv spensierata alla Arbore è sottile. Devi essere «leggero ma non scemo» suggerisce il direttore Antonio Di Bella, ennesimo dirigente che non resiste alla tentazione di scavalcare il muro della telecamera.