Un volto, mille battute Garrone attore di culto

Da «Fantozzi» alla «Dolce vita» passando per famosi spot televisivi, ha incarnato la migliore tradizione della commedia all'italiana

Cinzia RomaniDal dopoguerra all'anno scorso, ha recitato senza fermarsi mai. E adesso che Riccardo Garrone, uno dei nostri più importanti caratteristi cinetelevisivi, è morto a Milano, all'età di 89 anni, nell'immaginario restano i suoi personaggi: dal malizioso San Pietro dello spot d'una nota marca di caffè al geometra Calboni nel quarto capitolo di Fantozzi, Fantozzi subisce ancora; dal comico Don Fulgenzio di Venezia, la luna e tu allo scanzonato avvocato Covelli che, in romanesco, pronuncia la battuta di culto: «Beh. anche questo Natale, ce lo semo levati dalle palle!» (in Vacanze di Natale di Carlo Vanzina, 1983), l'attore, regista e doppiatore apparteneva alla razza estinta degli interpreti capaci di incessanti metamorfosi dentro la commedia all'italiana.

Nonostante l'età (era nato a Roma il 1° novembre del 1926), egli ricordava perfettamente le battute, che porgeva al pubblico con impeccabile dizione teatrale: era infatti partito dal teatro, Garrone, lavorando nei tardi anni Quaranta con le compagnie Gassman-Torrieri-Zareschi, seguita in tournée in Sudamerica e Morelli-Stoppa (diretta da Luchino Visconti), dopo aver frequentato l'Accademia Nazionale d'Arte drammatica «Silvio D'Amico». Al provino d'ammissione, raccontava lui, si era classificato terzo, con suo grande stupore.Sul palcoscenico si trovava a suo agio quest'attore di bell'aspetto: un gran signore ironico, dalla venatura furbesca che nel celebre allestimento teatrale del dramma di Arthur Miller Morte di un commesso viaggiatore (1951), firmato Luchino Visconti, ricopriva un piccolo ruolo accanto ad artisti del calibro di Paolo Stoppa e Marcello Mastroianni. «Non andavo più in là de Il pranzo è servito, però furono anni magnifici, vissuti a contatto con i protagonisti della scena teatrale», raccontò Garrone a Maurizio Costanzo, durante un'intervista televisiva.

Ci pensò Mario Mattoli a farlo esordire sul grande schermo, prima nel 1949 con Adamo ed Eva, commedia con Macario e poi nel 1953, reclutandolo per Due notti con Cleopatra, apparentemente semplice farsa in «sandaloni», ma a ben guardare, trovarsi accanto a Sophia Loren nei panni della regina egiziana e Alberto Sordi starring il soldato romano Cesarino, con sceneggiatura di Ettore Scola e Ruggero Maccari, fu un viatico ottimo. Anche quale anonimo ufficiale delle guardie con poche battute. E pensare che Garrone era arrivato sulla scena artistica più che altro per staccarsi dal fratello maggiore Sergio, più studioso di lui e, a sua volta, attore e regista di western. A spingerlo sulle assi di legno era stata l'attrice di teatro Emma Grammatica, amica della nonna paterna. Poi arrivò Federico Fellini, ad affidargli prima una parte in Il bidone (1955), quindi il ruolo del proprietario della villa di Fregene in La dolce vita (1960): i baffetti e la voce calda erano un suo richiesto marchio distintivo.

Negli anni Sessanta del boom, lo charme di Garrone fu molto apprezzato: da Monicelli a Risi, da Blasetti a Scola, fino a Zurlini, che lo mise accanto a Claudia Cardinale come charmeur ingannatore, non si contano le sue affabili apparizioni. Quando, nei Settanta, tornò di moda il cinema di genere, l'attore cambiò ancora pelle, dandosi ai western (anche diretto dal fratello) e alle pellicole erotiche: lo ricordiamo in Giovannona coscia lunga disonorata con onore come pittoresco macrò dalle scarpe scricchiolanti. «È sempre stato più difficile far ridere che piangere», diceva Garrone, che negli Ottanta abbandonò il cinema, dedicandosi al teatro e alla tv. «Per la strada mi fermano, mi chiedono la raccomandazione. Quando arrivi lassù, ci metti la buona parola col Principale?. E io: Ma signora, magari arriva prima lei!», ricordava dei tempi in cui lo spot del caffè l'aveva fatto entrare nelle case degli italiani come una bonaria presenza.