Whitney, il ritorno della diva «Voglio essere ricordata bene»

MilanoInfine ce l’ha fatta. Sette anni, mica pochi. Sette anni e due arresti, svariate tossicodipendenze, gaffe a pioggia. Whitney Houston, ossia la cantante più premiata di tutti i tempi, una che piacendo o non piacendo ha venduto 170 milioni di dischi e superato i Beatles come primi posti in classifica, pubblica oggi il cd della resurrezione. Il più delicato: o la va o si spacca (il mito). O funziona, altrimenti ci risiamo e chissà stavolta come va a finire. Titolo tra il supplichevole e il minaccioso: I look to you, io vi guardo, e non si sa se con il dito puntato oppure le mani giunte. Foto di copertina lussureggianti, nonostante i 46 anni molto stravissuti, la maternità, un divorzio malandato e, tutto sommato, pure poco uso di Photoshop. Intanto c’è da dire che le droghe e tutti gli annessi e (s)connessi non hanno inceppato la sua voce da soprano drammatico. Quindi: già dalla tambureggiante Million dollar bill, che è il primo singolo scritto da Alicia Keys, si capisce che le tre ottave e un semitono sono ancora tutte lì, forse ancora più calde, meno compiaciute, con quella punta di insicurezza che annulla i barocchismi e scatena quella sunpazeia decisiva per mettersi in contatto con gli ascoltatori. In poche parole, Whitney Houston sfoggia tanta purezza gospel, un bel po’ di eleganza pop e nemmeno si fa mancare quella sensualità matura capace di trasformare brani come Call you tonight o I got you in racconti che scendono fin laggiù, dove il cuore confina con l’anima. «Voglio che la mia voce sia ascoltata e percepita da chi verrà dopo di me», dice adesso. Per di più, e per fortuna, niente iperproduzioni, suoni gonfiati come labbra oppure rielaborati chirurgicamente con il mouse dei computer: autentico r&b con le radici negli anni Sessanta, nel gospel e in tutte quelle cose che trasformarono la musica nera nella festa di piazza di un popolo, gli americani, che i neri fino a quel momento li avevano maltrattati assai. Insomma, un gran disco senza scossoni da far tremare le paillettes, segno che Whitney Houston non ci pensa neppure a far braccio di ferro con i nuovi fenomeni come Beyoncé o Mary J. Blige e vuol soltanto coccolare il suo pubblico, lo stesso che quasi venticinque anni fa diventò matto ad ascoltare le canzoni dell’album Whitney Houston, numero uno in tutto il mondo, ventiquattro milioni di copie vendute, roba che nessun’altra donna prima. Impiegò pochissimo tempo a diventare The voice, la voce del pop innestata su di un corpo da modella e un carattere da brava ragazza, tutta casa, chiesa e famiglia (a proposito, sua madre è la cantante Cissy Houston e sua zia è Dionne Warwick). Quando, nel 1992, recitò nel film La guardia del corpo con Kevin Costner cantando I will always love you sembrava inarrestabile: la colonna sonora è una delle più vendute di tutti i tempi, 42 milioni di copie per gradire, e quell’immagine lì, della star minacciata di morte che si innamora del suo bodyguard nemmeno troppo palestrato, entra a piedi uniti nell’immaginario collettivo. Eccola qui, la donna perfetta. Ma, poco dopo, eccola là la sua controfigura. «Il crack? È troppo economico e io ho guadagnato troppo per fumare crack». Proprio al tempo della Guardia del corpo, la dolce Whitney, che aveva appena lasciato Eddie Murphy, si era sposata con Bobby Brown, un tipino che, oltre a cantare, collezionava denunce, figli, violenze sparse. Difatti la picchiò a più non posso e una volta, per fermarlo, la polizia usò persino una scossa elettrica tanto per dire che se non era matto poco ci mancava. Prima del divorzio, nel 2006, non le passò nulla se non la depressione e la pazza idea di massacrarsi con la droga, una qualunque andava bene.
Ora basta, please.
Due anni e mezzo fa, il suo scopritore Clive Davis, un mammasantissima del pop, si è ripresentato per rilanciarla e ora arriva questo disco, che lei celebrerà a metà settembre con un’intervista da Oprah Winfrey che vale più dell’esame di maturità o della laurea o di quelle cose, insomma, che ti possono cambiare la vita o ridarti quella che maledettamente ti sei giocato d’azzardo.