Wu Ming, i difensori degli indifendibili

Dagli infoibatori agli assassini di Biagi a Cesare Battisti: ecco i loro eroi

In venti anni di militanza sulle barricate della più nefasta cultura di sinistra hanno difeso tutti e i peggiori di tutti. Hanno negato le foibe, esaltato i massacri partigiani, spacciato per perseguitato un terrorista pluriomicida come Cesare Battisti. Per non parlare dei toni giustificazionisti sull'assassinio di Marco Biagi per mano delle Br e il massacro dei nostri soldati a Nassirya. Oggi si ripropongono come tutori della legalità democratica invocando la cacciata dei «fascisti» dal Salone del Libro. Ovviamente senza metterci la faccia, ma nascondendosi dietro l'anonimato del collettivo Wu Ming, la tana intellettuale usata per giustificare, con farneticazioni pseudo culturali, i peggiori crimini, dal terrorismo brigatista alla violenza dei centri sociali.

Ma per capire chi siano gli «intellettuali» del Wu Ming non servono le facce, bastano i proclami. Nel 2000, quando la sinistra prende le prime timide distanze dai massacri partigiani e dagli orrori delle foibe, loro ululano al tradimento. «Foibe, esecuzioni sommarie di Moranino, il Triangolo della Morte... tutte cose perfettamente comprensibili, una volta inserite nel contesto di uno scontro violentissimo, guerra civile fatta di torture e rappresaglie... nel dubbio - concludono - sopprimete». Così nel 2002, davanti al cadavere di Marco Biagi «soppresso» dalle Br, non hanno dubbi. «Nessuno può pretendere - scrivono nell'osceno racconto Carcajada profunda y negra (Risata profonda e nera) - che di te ci importi davvero... contestiamo il pensiero unico del lutto imposto dall'alto e vogliamo essere liberi di dire che non tutte le morti ci diminuiscono. Nessuno può pretendere dai lavoratori che rimpiangano davvero chi teorizzava e consigliava contro di loro». Il balletto sui cadaveri riprende dopo la strage di Nassirya. «E che s'aspettavano? D'essere accolti a refosco e polenta?... i loro soldati sono in Iraq per difendere gli yacht e le Ferrari dei petrolieri, il cancro ai polmoni, il caldo da schiattare e, non ultimo, il crocifisso sul muro della scuola». Quale infamia sia un «crocifisso sul muro» lo s'intende dallo sproloquio con cui difendono i jihadisti arrestati mentre preparano un attentato al Duomo di San Petronio, a Bologna, celebre per l'affresco di Maometto all'inferno. Nel racconto dei Wu Ming gli arresti diventano uno dei «numerosi casi di mostrificazione dei musulmani, gente sbattuta al fresco e sui TG di prima serata sulla base di indizi inconsistenti».

I Wu Ming sono i primi, nel 2004, a trasformare Cesare Battisti da beffardo assassino in un perseguitato agnellino. I primi a usare la supplichevole retorica degli appelli agghindati da firme illustri per convertire il pluriomicida in romanziere. I primi a liquidare come «vere e proprie idiozie, frutto di incancrenimento ideologico e/o disinformazione» le parole di chi ricorda le sue colpe confermate in tre gradi di giudizio. Oggi quelle «idiozie», ammesse dallo stesso Battisti dopo l'arresto, sono la prova della leggiadra doppiezza dei Wu Ming. La stessa con cui esigono la proscrizione d'un editore colpevole d'aver pubblicato un'intervista a Salvini.