Lo «spettacolo» degli ultrà: insulti e rabbia

La sbornia di veleni segnalata martedì sera a Torino, ai margini del trofeo Tim, merita qualche riflessione e rappresenta un allarme per il campionato che deve ancora venire e giudicare i vincitori e i vinti. Non sono banale goliardia calcistica gli insulti ripetuti a Carlo Ancelotti, non appartiene al tradizionale linguaggio da stadio l'accoglienza riservata a Stankovic e Zambrotta, per motivi diversi, eletti a nemici degli ultrà juventini, non c'è solo livore da consolidata inimicizia nel trattamento garantito alla nuova Inter di Josè Mourinho, appena sbarcato sui nostri lidi. No, qui è bene parlare chiaro e chiamare per cognome i sentimenti che albergano nel cuore del tifo bianconero. Il popolo della Juve, da "moggiopoli" in avanti, risulta attraversato da un rancore pericoloso che finisce col confluire nel mare agitato dell'odio calcistico.
A quel pio uomo di Ancelotti, felice condottiero dell'ultimo Milan, non contestano tanto il passato biennio vissuto sulla panchina torinese a corto di scudetti, semplicemente sfiorati. Gli invidiano forse l'ultimo ricco investimento di Ronaldinho, e magari il duello vinto con Flamini, un lusso che da quelle parti non possono più permettersi. Considerano l'Inter il regista del complotto demoplutocratico che portò a scoprire il traffico telefonico di Moggi con arbitri e dirigenti e non perdonano a Moratti il ratto di Vieira e Ibrahimovic, i loro gioielli spariti in quell'estate turbolenta, colma di processi sportivi e partenze a tradimento. Perciò trafiggono Zambrotta con cori acidi, perciò tengono alla porta Stankovic reo di aver cantato «vinciamo senza rubare» nei giorni festosi di Siena.
Come si capisce non si tratta di un semplice esercizio polemico contro rivali mal sopportati, i concorrenti diretti da battere prima di conquistare l'antica grandezza che vedono sempre più lontana. Dietro quei veleni c'è anche l'insoddisfazione palese per l'arrivo di Poulsen e per un mercato che non condividono, molti comprimari e nessun primo attore a corte. Così invece di marcare la propria identità, finiscono col contagiare negativamente anche la nuova Juve di Ranieri, a scortarla senza grande convinzione né passione esercitandosi nella nostalgia di un passato canaglia che per fortuna di noi tutti non tornerà più.