Spettatore sfiduciato, in tv una noiosa maratona

Altre volte era capitato che l’aula parlamentare si trasformasse in uno stadio, ma non al punto da rendere ipotizzabile l’uso del moviolone (o in alternativa una perizia affidata a Francesco Totti) per appurare, come in questo caso, se il senatore Barbato ha davvero sputato al senatore Cusumano. Non fosse per questo, il pomeriggio-fiume che ha portato alla caduta del governo Prodi ha finito per assomigliare a tante altre occasioni identiche negli anni. Recentemente è cambiata la politica, il modo di comunicare, il linguaggio, il modo di conquistare il consenso, ma certi riti fissi a cui assiste lo spettatore nelle sedute parlamentari sono ciclici, ripetitivi: la stessa strafottente disattenzione dell’aula mentre un collega parla (stanno attenti, in genere, solo quelli seduti nelle sue immediate vicinanze, che sanno di non poter sfuggire alle telecamere), facce annoiate, capannelli disordinati rimproverati dal presidente Franco Marini. Eppure i paroloni che volano nelle dichiarazioni di fiducia o sfiducia non sono da poco: coscienza, responsabilità, futuro, momento drammatico, delicatissimo, salvaguardia dell’immagine del nostro Paese all’estero, e via dicendo, ma il contrasto tra chi parla e chi (non) ascolta è lampante. Unica consolazione, per noi spettatori, è osservare tutti quei foglietti volanti, di carta grezza, spesso spiegazzati e disordinati, troppo piccoli o esageratamente grandi, sui quali vengono scritte le parole e i paroloni destinati in gran parte al vento. Fra i privilegi della casta non c’è quello di un decente ufficio di copisteria. L’assemblea si ravviva e compatta solo in qualche momento di tensione palpabile: quando parla Prodi, per vedere quanta tigna metterà anche in questo discorso (arriva puntuale il passaggio sibilante: «la crisi va affrontata a viso aperto e non nei corridoi»), quando prende la parola Cossiga (non si sa mai cosa potrebbe dire), quando è il turno degli uomini di Dini (la loro sfiducia può diventare decisiva), oppure quando qualcuno, come il leghista Castelli, riesce a catturare l’attenzione con un artificio dialettico di buona presa («Adesso, cari colleghi, dovrete riconoscere quali di queste frasi che dirò sono attribuibili a Prodi e quali a Mussolini»). Allorché i segnali di sfiducia diventano più chiari, anche per chi è davanti al video diventa difficile far finta di appassionarsi a un copione già scritto. Anche perché c'è chi ci mette di suo, tra i parlamentari, per allungare inutilmente il brodo degli interventi. Tra gli sbrodoloni, quello di Domenico Fisichella, che attacca con un inquietante: «Sono stato eletto nel 2006» che fa immediatamente presagire un lungo riassunto di quasi tre anni di vicissitudini da raccontare. Per fortuna non fa in tempo. Si giunge alla fine al conteggio dei sì e dei no: Selva no, Serafini sì, Silvestri sì, Stanca no. Qualche applauso al no di Mastella, ma senza pathos. Il verdetto è ormai chiaro per tutti. E a continuare la diretta rimane solo Sky, cui si affiancano per la conta finale del voto Tg2, Tg5 e Tg4 con l’aggiunta di Otto e mezzo su La 7. Raiuno preferisce lasciare spazio a Fiorello e recupera in affanno con un’edizione straordinaria del Tg1 qualche minuto prima delle 21.