Lo spettro del binario morto

La protesta è ad alta velocità, la comprensione del problema sembra invece essere molto bassa. Il collegamento ferroviario tra Torino e Lione riaccende gli -ismi degli ecologisti e dei noglobal, ma seguendo solamente la strada rumorosa della protesta che echeggia in Val di Susa, si dimentica che sulle rotaie non viaggiano solo uomini ma anche merci e interessi geopolitici.
La realizzazione della Torino-Lione infatti è solo un pezzo di un mosaico che vuole unire il quadrante occidentale europeo a Kiev, passando per la città della Mole, Milano, Venezia e Trieste. Basta congiungere questi punti su una mappa per rendersi conto dell’importanza dell’opera. Un tracciato alternativo era possibile al di là delle Alpi, ma l’Italia ne sarebbe stata tagliata irrimediabilmente fuori. Questo progetto in passato aveva solleticato le fantasie egemoniche dei francesi e oggi le proteste in Val di Susa rischiano di risvegliare gli antichi disegni di Parigi e Berlino, desiderosi di ricostituire in Europa un asse franco-tedesco ormai deragliato. Non era affatto una fantasia da capostazione l’idea di bypassare l’Italia e congiungere Lione al nodo di Strasburgo. Ben conoscendo questi rischi, il governo ha inserito la Torino-Lione tra le opere strategiche della legge obiettivo. Questo per sottrarre la realizzazione dell’Alta Velocità al lentissimo procedere della burocrazia e della contrattazione a tutti i livelli (anche quelli inutili), che nella storia del nostro Paese hanno prodotto montagne di studi e di opere incompiute. L’esecutivo Berlusconi prese allora una decisione saggia, ma l’apertura del cantiere coincide con la campagna elettorale e così anche chi ieri sosteneva la necessità della Torino-Lione oggi sembra riluttante, usa giri di parole e dimentica quanto detto in passato. Il discorso vale per la sinistra, ma non vorremmo che le sirene incantassero anche qualcuno del centrodestra.
Gli esperti da tempo rivaleggiano sul tema dell’utilità e della convenienza dell’opera (il cui costo sarebbe per l’Italia di circa 13 miliardi di euro), ma quasi tutti dimenticano che la partita doppia non è sufficiente a spiegare quale sia la posta reale in gioco. L’Alta velocità sulla Torino-Lione si compone di tre parti, la protesta vuole impedire la realizzazione del tratto comune italo-francese (79,5 km) che è quasi interamente in galleria e collega Saint Jean de Maurienne in Francia a Bussoleno in Piemonte. I tempi di realizzazione sono lunghi (circa 15 anni), il traffico potenziale è quello delle merci e non dei passeggeri (che si servono agevolmente di voli low cost) ma nel frattempo - come suol dirsi - il mondo gira e mentre in Italia c’è chi vuole rimettere in discussione il progetto, all’estero c’è chi guarda con soddisfazione i blocchi stradali, la protesta, la quasi retromarcia del centrosinistra che vorrebbe governare, ma deve fare i conti con le sue contraddizioni rosso-verdi.
La No-Tav ieri ha lanciato le prime fiammate anche sulle Olimpiadi invernali di Torino. Qui la miscela è sempre la stessa e ha già fatto sentire tutto il suo spessore politico-culturale minacciando il boicottaggio della Coca-Cola, sponsor ufficiale della manifestazione dalla quale il governo si attende non solo prestigio per il Piemonte e il Paese, ma anche qualche decimale di Pil in più. Dalle lattine alle rotaie il passo per tali politologi è breve e dunque si è arrivati al punto che per non far sciogliere la neve olimpica nei fuochi della protesta si è chiesta all’Unione europea una «moratoria olimpica». Le moratorie si sa quando iniziano, ma in Italia sono come le soluzioni provvisorie: diventano permanenti. Il dibattito ha assunto un tono surreale e le ultime mosse dell’ala sinistra dell’Unione non lasciano presagire nulla di buono. L’opera si farà, assicurano da Palazzo Chigi. E l’Unione Europea non pensa certo di rinunciare all’alta velocità perché qualcuno ha deciso di soffiare sulla protesta. Ai Paesi concorrenti del Vecchio Continente la situazione all’italiana potrebbe tornare utile: Francia e Germania proverebbero a ricostituire il loro asse privilegiato, il tracciato del corridoio 5 passerebbe al di là della catena alpina e la Pianura Padana sarebbe tagliata fuori dall’Europa. Quanto costerebbe una scelta del genere? Troppo, sarebbe il trionfo della politica del binario morto.