An, La Spezia lancia l’ultimatum a Fini: «O Minasso o noi»

I seguaci di Gatti scrivono al leader attaccando il nuovo segretario ligure: «Ci emargina»

Paola Setti

Ci sono state volte in cui bisognava leggere il messaggio fra le righe. Questa volta le righe sono il messaggio e basta leggerle: la federazione spezzina di An dichiara guerra a Eugenio Minasso, coordinatore ligure da quando, con un tratto rabbioso e indistinto di penna, Gianfranco Fini ha azzerato i vertici storici del partito. Loro, Fabio Greco il coordinatore provinciale e una trentina di iscritti, hanno scritto al leader nazionale all’urlo di: «O Minasso o noi».
La lettera è datata 27 settembre. Esordisce con la volontà di manifestare «il senso di profonda amarezza che accomuna tutta la classe dirigente provinciale per l’atteggiamento penalizzate di cui è vittima ormai da tempo la nostra federazione ad opera dei vertici regionali». Parla di «crescente ostilità da parte dei vertici regionali del partito, sfociati - in particolare dopo le Europee - in un aperto e palese ostracismo». Chiede risposte chiare, perché «un’ennesima delusione porterebbe inevitabilmente molti di noi a prendere atto (con grande amarezza) dell’impossibilità sostanziale di far politica in modo dignitoso all’interno di An, con tutte le conseguenze che questo inevitabilmente comporta in termini di impegno e motivazioni». E cioè: totale disimpegno durante le prossime campagne elettorali, tessere restituite, eletti che se ne vanno da An al Gruppo Misto.
Dice Greco che loro ci avevano creduto, al rinnovamento imposto da Fini: «Minasso mi aveva telefonato dicendo che avrebbe agito secondo le nuove direttive, e cioè tenendo conto degli interessi del territorio e non di quelli delle correnti». Solo che poi Minasso ha nominato la direzione regionale e gli spezzini son rimasti fuori. «Ha rinnegato le sue stesse parole, per noi la gestione Minasso è persino peggio di quella precedente affidata a Giorgio Bornacin». In verità, nel direttivo regionale ci sono due spezzini, lo stesso Greco e Fabio Cenerini. «Solo che io, da coordinatore, ne faccio parte di diritto - spiega Greco -. E Cenerini guarda caso è della stessa corrente di Minasso, Nuova Alleanza. Le solite vecchie logiche, siamo esasperati».
Loro tifavano Giacomo Gatti e non lo nascondono. Perché l’ex assessore regionale, 14mila voti alle elezioni europee, dell’emarginazione spezzina è un po’ il simbolo. La Spezia, dicono infatti, «grazie a un lavoro intelligente e costruttivo» è cresciuta in termini di voti e di iscritti, mentre Genova è crollata. Eppure, «prima ci è stata negata la possibilità di provare a mantenere una presenza in Regione impedendo, con l’esclusione di Gatti dalla lista di Genova, l’unica possibilità concreta per la nostra Federazione di conquistare un seggio in consiglio regionale, essendo ciò impossibile in provincia della Spezia a causa dei meccanismi della legge elettorale». Poi «l’ennesimo schiaffo», con il nuovo coordinamento «deciso senza neppure consultarci».
I risultati, avvertono, si vedono nei voti: «Il partito è sceso proprio a Genova da due consiglieri regionali a uno ed è crollato a percentuali da Msi (5,4 per cento)». Fanno sapere acidamente dal direttivo regionale che, in verità, erano stati gli stessi «amici» di Gatti, quelli di Destra sociale, a non volerlo nel direttivo. «Vero, e questa è la dimostrazione che ho ragione - attacca Greco -. Minasso segue le logiche delle componenti, altro che territorio».
Dicono che il disegno sia già tracciato: candidare alla Camera Minasso in un collegio blindato e Gianni Plinio, attuale capogruppo in Regione, quale capolista del proporzionale. Per far entrare al loro posto in Regione Alessio Saso e Gianfranco Gadolla, i primi dei non eletti a Imperia e a Genova. In tutto questo Gatti sarebbe l’elemento di disturbo, tanto più che, per convincerlo a non candidarsi a Genova alle regionali, ma solo alla Spezia, i vertici romani gli avevano garantito il ruolo di capolista. Adesso, resta da capire se manterranno l’impegno oppure no. Come che sia, l’interessato va ripetendo che «il mio futuro si decide a Roma, non qui».
Il braccio di ferro è appena iniziato, gli spezzini paiono determinati: «Se non ci vogliono togliamo il disturbo, abbiamo tutti altro da fare». Però: «Ce lo deve dire Fini, che non ha più bisogno di noi».