La spia del falso dossier: «Pollari non c’entra»

La verità del protagonista dell’intrigo sull’acquisto di uranio da parte di Saddam: «Le carte arrivavano da una fonte dell’ambasciata africana. E le girai ai Servizi francesi»

Gian Marco Chiocci Mario Sechi

da Roma

Rocco Martino è l’uomo che ha «veicolato» le false lettere dell’ambasciata del Niger a Roma. È l’uomo a cui i quotidiani americani fanno riferimento nelle loro ricostruzioni sul Cia-Gate. È il «postino» di quella miscela di cose vere ma soprattutto false che secondo alcuni «riduzionisti» sarebbe all’origine della guerra in Irak. Questo è il suo racconto, non è detto che sia la verità. È semplicemente la sua versione dei fatti come emerge in un colloquio con Il Giornale, una versione forse piena di buchi neri, forse in parte da verificare, ma dove emergono anche le sue colpe.
Il primo contatto.
Siamo nel 1998, forse 1999, a Roma. Se la data è ancora incerta, Martino di sicuro fa la spia. È pagato dai francesi della Dgse, ma ha lavorato in passato per il Sismi e - dice lui - mantiene ancora buoni rapporti con un colonnello dei servizi segreti, Antonio Nucera, che a un certo punto «nell'ambito di questa collaborazione» gli chiede: «Saresti interessato a conoscere una fonte che sta in un'ambasciata?». Martino accetta. Il contatto con la «signora dell’ambasciata» è avviato.
Il colonnello Nucera qui appare e qui scompare. La più breve interpretazione del thriller, ma è la prima scintilla, originata forse involontariamente e senza doppio gioco. Nucera fa solo il link e poi non passa «nessuna altra fonte» continua Martino. Questo è quel che dice l’interessato, su questo invece i Servizi dubitano. «Da quel momento partono cifrari e messaggi. Naturalmente dopo ho riferito tutto ai Servizi francesi senza far cenno di Nucera. Ho detto loro: “Ho trovato una fonte che può essere interessante”...».
Martino accredita la talpa in casa nigerina, scambia informazioni e incappa su un traffico d'uranio tra il Niger e l’Irak di Saddam Hussein che poi l'Aiea di Vienna svelerà essere un falso. Ma questo accade molto tempo dopo, perché la storia dell’uranio, di Saddam e dei nigerini, pochi lo ricordano, nasce quando al governo - aggiunge Martino - in Italia «c’è ancora il centrosinistra al governo» e a Forte Braschi «non c’era certo Pollari».
È in quell’epoca che «la fonte mi ha cominciato a dare delle cose - racconta Martino -, le prime non riguardavano il Niger-gate. Poi sono cominciate ad arrivare quelle sull’uranio, alcune vere, come il messaggio dell’ambasciatore iracheno che va là (in Niger, ndr). La disinformazione si sa benissimo che si fa con cose vere e cose false».
Dalla «signora dell’ambasciata» arrivano 17 lettere. Radioattive. Sono in parte false e giungono sul tavolo degli 007 francesi della Dgse che conoscono il Niger come le loro tasche (è un’ex colonia di Parigi). Strano, le volpi transalpine stavolta non fiutano il bidone. «Ah, questo è un mistero - prosegue Martino -. Solo quando era scoppiato tutto il casino, mi hanno detto: Rocco, ma lo sai che quelle cose che ci hai dato sono false. False? Allora ho chiesto alla fonte, che è caduta dalle nuvole».
Quell’insalata mista di telex, timbri e memorandum, Martino pensa sia un tesoro, finché non scopre il falso è qualcosa di prezioso, potrebbe essere per gli Stati Uniti la pistola fumante contro il regime iracheno di Saddam Hussein. Uno dei misteri del Niger-gate è se Martino prova a piazzare il pacco per soldi, oppure se agisce per conto di quell’intelligence straniera che il Sismi tiene d’occhio. Le lettere intossicate finiscono tra le mani di una brava giornalista di Panorama, Elisabetta Burba, che corre prima all’ambasciata americana per un check diplomatico, poi vola in Niger e non trova conferme. Intanto dagli uffici di via Veneto le lettere rimbalzano sul tavolo della Cia e del Dipartimento di Stato. Non al Sismi. Il risiko è cominciato.
Perché il grande dubbio che in queste ore aleggia sulla vicenda e sullo stesso Martino è che la Spectre fosse parigina e l'agente italiano. Il comportamento singolare dei francesi è tutto nelle indicazioni del controspionaggio e l'ex carabiniere non trova una risposta, anche se qualche dubbio ce l'ha: «Può anche essere, per come sono andate le cose che io sia stato strumentalizzato. Non posso escluderlo, però sono stato anche strumento di chi mi ha dato 'ste cose (la fonte, ndr) che in qualche maniera era legata ad uno del Sismi. La mia sensazione è che comunque Pollari non c’entra». A proposito di fabbricazione di prove, Martino accetta il ruolo del postino, ma non quello del falsario: «Non le ho fabbricate io queste cose, non sapevo neanche dove stava il Niger! Quello che è successo prima e dopo di me non lo so». Non chiarisce il prima e il dopo, soprattutto lo strano ruolo double face dei francesi che, sapendo del dossier falso, non dicono una parola fino alla vigilia dell'intervento armato in Irak. Ancora su Nucera: «È probabile che non sia stato lui a costruire il falso, ma a questo punto non mi fido di nessuno». E il ruolo del Sismi e del governo italiano? «Il Sismi come istituzione non c’entra. Certo, si potrebbe aprire un lungo ragionamento su una struttura deviata, parallela, una fazione interna, ma questi sono altri discorsi». Qui Martino imbocca la strada senza uscita del regolamento di conti interno a Forte Braschi. Un classico indimostrabile. Invariabilmente, in questo arabesco, si torna però sempre alla domanda originaria. Chi ha costruito il falso? Se non c'entra Martino, se non c'entra il Sismi, allora l'avvelenatore di pozzi era nelle stanze diplomatiche di via Baiamonti a Roma? È qui che dalla memoria di Martino spunta un elemento per ora senza nome, con passaporto diplomatico e un nomignolo: «Il nero». È un funzionario dell'ambasciata nigerina. «Può essere pure che il falso sia stato fabbricato là. Tutti parlano anche di 'sto nero....soltanto che abbinano 'sto nero a me, io non ho mai conosciuto 'sti neri, mai visti in faccia, mai entrato in quell'ambasciata». Vi entrò qualcun altro - senza autorizzazione - nel capodanno del 2001. Un furto senza bottino. «Non hanno rubato un cavolo. Una boccetta di profumo, però possono aver portato via effettivamente le carte intestate, oppure non hanno portato via niente, oppure è un bluff, però l'effrazione c'è stata... boh». Buio fitto.
Martino svaria nel suo ricordo, ha voglia di raccontare, di raccontarsi. «Il mio ruolo in questa vicenda è veramente piccolo. Ho fatto degli errori e spero di non ripeterne più. Si può dire tutto, ma il mio ruolo è quello, ampiamente documentato, altrimenti non sarei a piede libero. Il pm Ionta mi avrebbe già indagato e arrestato. Non poteva che archiviare, perché io gli ho dimostrato ampiamente che sì, lavoravo per i francesi, è vero. E un bel giorno ho conosciuto un agente. Però lavoravo pure per il Sismi. Facevo il doppio gioco? Sì vabbè, è vero, doppio, triplo, quadruplo, è vero tutto. A un certo punto il mio contatto nei Servizi (che non so se era in pensione o meno, se effettivamente non stava più all'Ottava dal 1997 ed era passato alla Seconda) mi dice: ti offro una persona che ti può aiutare. È una fonte che lo fa perché vuole guadagnare di più».
Viaggio della speranza.
Il caos mondiale sulle lettere false è scoppiato. Tutti sono a caccia della spia di Formello. Il suo nome non è ancora noto, ma il carteggiato è già sfiammato, è inservibile e Martino vuole raccontare la sua versione alla Cbs scottata dallo scoop boomerang sulla naja di Bush. «Dico la verità: speravo anche di farci dei soldi. Alla Cbs sono andato due volte... Una volta prima dell’intervista che poi ho smentito, al Sunday Times, e poi successivamente. Non ho preso una lira, la trasmissione era 60 minutes. Sono stato trattato ottimamente... viaggi, business class... grande albergo e tutto quello che vuoi». Né la prima né la seconda intervista, dove Martino viene ripreso di spalle, andranno mai onda. Perché?
«La prima volta non rivelo di essere in contatto con i francesi. Nella seconda parlo di tutto». Non servirà a niente, perché la Cbs è in difficoltà per il falso scoop di Dan Rather su Bush e il servizio militare. «Forse non andrà mai in onda. A proposito di Stati Uniti. Non sono scappato perché non ero ricercato, ma solo per evitare l’assedio mediatico e per evitare che qualcuno mi facesse del male o mi istigasse al suicidio». Prima c’è il viaggio americano, il contatto con Sunday Times e la Cbs procuratogli da Elisabetta Burba, l’inviata di Panorama. «È stata lei a segnalarmi che la Cbs voleva parlare con me. La Burba è venuta a Roma con il marito, il fratello di Edmondo Bruti Liberati, quello dell’Anm. Mi hanno detto: guarda, prima o poi la tua storia uscirà fuori, ti conviene parlare, hai bisogno di una protezione, di una copertura. Tutto sommato è stato vero».
Martino oggi non vuole più sentir parlare di interrogatori: «Quando ero in America l’Fbi avrebbe potuto ascoltarmi e non l’ha fatto. Comunque la storia, per me, ora è chiusa. Non voglio più farmi interrogare da nessuno»