Spia o no? Il maleficio del dubbio

Una raccolta di saggi bolla come infamante l’accusa allo scrittore di essere stato confidente dell’Ovra

Silone, la libertà è il titolo d’un libro, edito da Guerini e Associati (pagg. 301, euro 25,50), che raccoglie numerosi e interessanti saggi dedicati all’«intellettuale scomodo, nemico di tutti i totalitarismi». Le varie sfaccettature - letteraria, politica, morale, sociale - di questo grande e complesso personaggio sono nel volume ampiamente illustrate.
Ma in trecento pagine un tema e un problema ne sovrastano ogni altro, anche se di ben maggiore caratura e sostanza. Il tema è l’accusa - rivolta a Silone da due ricercatori, Dario Biocca e Mauro Canali - d’essere stato un informatore della polizia fascista: il problema è l’attendibilità da attribuire all’accusa. Gli autori che hanno collaborato al libro non nutrono, in proposito, dubbio alcuno. L’iniziativa di Biocca e Canali, che hanno portato documenti a conforto della loro tesi, infanga - con argomentazioni che ricordano quelle usate a suo tempo, sotto il nom de plume di Roderigo di Castiglia da Palmiro Togliatti - l’immagine d’un intrepido difensore della libertà. Insomma, le «rivelazioni» dei due studiosi sono state male azioni.
Sono d’accordo con gli ammiratori di Silone - a cominciare da Indro Montanelli e da Norberto Bobbio - nel ritenere che il rapporto di Silone con l’ispettore di polizia Guido Bellone non avesse le caratteristiche della delazione, che trovi spiegazione nelle vicende familiari dello scrittore, che non si possa e non si debba immeschinire una vicenda umana tormentata sotto la suggestione del pettegolezzo storico (al quale sono allergico, e l’ho lasciato ben capire occupandomi d’un pamphlet sulle disinvolture autobiografiche di Montanelli). Ma non sono d’accordo, una volta tanto e postumamente, con il mio amico Indro nel ritenere «infamanti» i risultati d’una indagine magari tignosa e accanita, ma non campata in aria: oltretutto un’indagine che mette in discussione non aspetti minori della vita di Silone, ma la sua coerenza e costanza nel rifiutare il fascismo.
Mi sembra che Aldo Forbice - che di Silone, la libertà è stato il curatore, e che l’ha corredato d’una eccellente introduzione - un po’ si contraddica. Demolisce lo scoop di Biocca e Canali affermando che «pochi storici seri hanno preso sul serio i documenti», ma poi cita un rapporto dell’Ovra che recava testualmente: «Tranquilli Secondino (Silone) in tale periodo, cioè dopo l’arresto del fratello, diede a vedere di essersi pentito del suo atteggiamento antifascista e tentò qualche avvicinamento con le autorità italiane mandando disinteressatamente delle informazioni generiche circa l’attività dei fuorusciti. Ciò fece nell’intento di giovare al fratello». Il fratello Romolo era in carcere, e vi morì, perché coinvolto dalla polizia fascista nell’inchiesta su una strage terroristica alla Fiera di Milano, nel 1928.
«Diede a vedere». Dunque è assolutamente falso, ne deduce Forbice d’accordo con Giuseppe Tamburrano, attribuire a Silone la doppiezza del delatore. E nel capitolo «Un caso che non doveva neppure essere aperto» Francesco Sidoti afferma che la criminalizzazione di Silone non poteva neanche avvenire perché si trattava di un’ipotesi altamente improbabile e inverosimile. A questo punto non riesco più a seguire - pur comprendendone lo slancio generoso - i difensori di Silone: i quali a mio avviso, esagerando nelle loro arringhe, non gli giovano.
Si può, si deve discutere sul significato di quel «diede a vedere di essersi pentito», si può e si deve contestualizzare, come usa dire, un cedimento derivante da circostanze drammatiche, si può arrivare - e io credo si debba arrivare - alla conclusione di Bobbio: ossia che la colpa ci fu ma lieve, anzi lievissima, e comprensibilissima e per nulla influente sul ruolo che Silone ebbe nella politica e nella cultura italiana.
Ma dal punto di vista storico era o no rilevante conoscere quella pagina tormentata della biografia siloniana? Non ho dubbi, era rilevante. Se poi i due ricercatori hanno esagerato, gli si rinfacci l’esagerazione. Ma non li si crocifigga per aver scoperto qualcosa da altri ignorato o taciuto. Aggiungo che la moglie di Silone, Dorina, ha usato in una lettera del 2001 al professor Tamburrano un linguaggio prudente. «Apprezzo profondamente - scriveva l’anziana signora scomparsa nel 2003 - quel che lei fa. Io non ammetterò mai che Silone fosse una spia ma continuo a pensare che non sapremo mai la vera spiegazione di tutto ciò».
Mi pare splendida questa saggezza, questo chinarsi rispettoso davanti al mistero dell’esistenza e della coscienza.