«Le spiate sul Watergate fatte per odio verso Nixon»

Bob Woodward racconta come il dirigente dell’Fbi Mark Felt gli fece fare lo scoop sullo scandalo che portò alle dimissioni del presidente. Lo scambio di notizie in un garage di Washington

Mariuccia Chiantaretto

da Washington
Cominciò in una sala d’attesa della Casa Bianca l’amicizia che avrebbe segnato il destino di Richard Nixon. Dopo aver mantenuto il segreto per più di trent’anni Bob Woodward, il giornalista del Washington Post che fece scoppiare lo scandalo Watergate, ha finalmente raccontato la sua verità sul misterioso informatore noto come «Gola Profonda». Lo ha fatto in un articolo pubblicato con un giorno di ritardo. Lui stesso è stato preso in contropiede dall’iniziativa di Mark Felt, l’ex dirigente dell’Fbi che gli passava le notizie e ora, senza informarlo, ha venduto la sua storia al miglior offerente.
Era il 1970 quando Woodward, giovane ufficiale di marina, venne incaricato di recapitare una busta alla Casa Bianca e nella sala d’attesa conobbe Mark Felt, che occupava una posizione importante all’Fbi. Il giovanotto cercava qualcuno che lo aiutasse a fare carriera dopo il servizio militare e non si lasciò sfuggire l’occasione. «Chiesi a Felt il suo numero di telefono - scrive - e lui mi diede il numero diretto».
L’articolo è firmato dal solo Bob Woodward. Carl Bernstein, l’altro autore dell’inchiesta sul Watergate, ha lasciato anni fa il Washington Post. Conosceva anche lui l’identità di «Gola profonda», ma non aveva rapporti diretti. I due colleghi hanno raccontato insieme una parte della loro storia nel libro «Tutti gli uomini del presidente», dal quale fu tratto il film con Robert Redford e Dustin Hoffman. Da quel momento hanno seguito strade diverse e non si sono ritrovati neppure in questa occasione.
Mark Felt divenne il numero tre dell’Fbi nel luglio 1971, un anno prima della morte del suo fondatore Edgar Hoover. Woodward fu assunto dal Washington Post due mesi dopo, e nel 1972, giovane cronista, ricevette un incarico che il giornale non considerava particolarmente importante: riferire su un’irruzione notturna in un ufficio del partito democratico nel complesso residenziale Watergate.
«In momenti come quello - scrive ora Woodward - avere un amico all’Fbi è importante. Telefonai a Mark Felt. Mi disse che la storia del Watergate avrebbe cominciato presto a scottare, per ragioni che non poteva spiegarmi, e riattaccò bruscamente».
Alla morte di Hoover, sulla carta Felt occupava il terzo posto nella gerarchia dell’Fbi, ma di fatto l’intera gestione era nelle sue mani, perché il suo superiore era assente per malattia. Era convinto di diventare presto il capo. Invece Nixon nominò un suo protetto: Patrick Gray. Nel ricostruire questi fatti, Woodward sostiene di non sapere se il risentimento personale abbia spinto Felt a tradire i segreti del presidente. «All’epoca - scrive - non avevamo il tempo né la voglia di interrogarci sui motivi che spingevano le fonti a darci informazioni». Aggiunge che Mark Felt aveva provato «un enorme disappunto» per la decisione di Nixon, ma forse aveva anche altre ragioni per parlare: «Credeva di proteggere l’Fbi escogitando un modo, sia pure clandestino, di rendere noto quello che l’agenzia aveva scoperto sul caso Watergate, e di contribuire a creare una pressione pubblica che chiedesse conto a Nixon e ai suoi del loro comportamento. Provava solo disprezzo per la Casa Bianca di Nixon e per i suoi tentativi di manipolare per ragioni politiche l’agenzia investigativa federale».
Il giornalista e Felt si incontravano in segreto in un garage di Rosslyn, un sobborgo di Washington. Durante la guerra Felt aveva dato la caccia alle spie tedesche, e negli anni ’50 aveva spiato i sovietici a Washington. Organizzava gli incontri con le tattiche apprese dagli agenti segreti. Quando Woodward aveva bisogno di fargli qualche domanda, esponeva una piccola bandiera rossa in un vaso di fiori sul davanzale. Felt gli rispondeva con un messaggio in codice sulla copia del New York Times che gli veniva recapitata il mattino dopo. «Come facesse non lo so - sostiene il giornalista -, ma in margine a pagina 20 trovavo disegnate le lancette di un orologio che indicavano l’appuntamento per quella sera».
Oggi sappiamo che tante precauzioni erano inutili. Dai nastri di Richard Nixon, declassificati nel 1999, risulta che il presidente sapeva benissimo che Felt era la fonte delle rivelazioni al Washington Post, ma non osava licenziarlo per paura che vuotasse il sacco. Henry Kissinger, l’allora segretario di Stato, oggi esprime un giudizio severo: «Non considero Mark Felt un eroe, ma un uomo con gravi turbe mentali. Non è certamente eroico spiare il presidente quando si occupa un’alta carica. Capirei se si fosse dimesso: quello sarebbe stato eroismo».