Le «spie» genovesi massacrate per ordine del vice ministro rosso

Francesco Moranino, capo dei «Garibaldini», decise l’imboscata a due agenti che lavoravano per gli alleati e a tre partigiani scomodi

Maria Vittoria Cascino

Un caso giudiziario il processo Moranino. Un caso di quelli che gli vai dietro senza traccia prima e con un fascicolo da paura dopo. Un caso che ti fuma il cervello, rapporto dopo rapporto. Un caso che fa scrivere a Roberto Gremmo «Il processo Moranino» (pag. 464, euro 30 da richiedere a Storia Ribelle, casella postale 292, 13900 Biella). «Un libro che darà fastidio a molti» butta lì l'autore che per due anni ha raschiato le 3000 carte processuali, le ha incrociate e sovrapposte, guardate in controluce e ricomposte nel libro su «un'icona del Partito Comunista, che prova a toccargliela e te ne accorgi». Quel Francesco Moranino che nel '47, a soli 26 anni, divenne sottosegretario al Ministero della Guerra nel governo De Gasperi «per molti è la vittima della persecuzione antipartigiana, e la stessa Enciclopedia della Resistenza riporta che i sette che ha fatto ammazzare erano spie». Perché il 26 novembre del 1944, nei boschi dell'Alto Biellese, due genovesi, agenti di una missione dei servizi segreti americani e tre partigiani vercellesi che erano con loro, vennero barbaramente assassinati nel corso di un'imboscata tesa da un gruppo di «Garibaldini» agli ordini di Moranino «Gemisto», il più coraggioso e prestigioso capo della Resistenza locale nonchè esponente di spicco del Partito Comunista.
Stessa sorte patiscono di lì a poco le mogli di due dei vercellesi eliminati, su ordine dello stesso Comando partigiano che aveva ordinato la prima mattanza. Gremmo si ci mette di buzzo buono e agguanta il filo dell'iter giudiziario avviato nel '48. Nel '49 i giudici chiedono l'arresto di Gemisto, ma lui scappa. Nel '53 torna rieletto. Di nuovo un mandato di cattura. Di nuovo latitante. Moranino venne rinviato a giudizio nel '55 per omicidio plurimo. Nel '56 la Corte d'Assise di Firenze lo condanna all'ergastolo, confermato nel '57 in Appello, commutato poi in trent'anni. Ma lui è in Cecoslovacchia. «Tiene i contatti con Cuba». Tornerà nel '64, dopo la grazia concessa da Saragat, e nel '68 verrà eletto senatore. Morirà nel '71.
Mentre trascrive i fatti desunti dagli atti processuali, Gremmo integra i capitoli di note «che sono più interessanti del libro stesso. Ci sono tre libri in uno: la missione partigiana, la Resistenza da studiare e l'apparato occulto del Partito (e Moranino c'era dentro fino al collo) in forza fino al '60». Perché la storia non è così lineare e Gremmo fiuta strade parallele, rapporti stretti nelle gerarchie politiche e militari che scuotono le verità benedette. «Alla fine del '44 - spiega l'autore - Moranino controlla il biellese. Da Vercelli arrivano tre partigiani non comunisti: Gennaro Santucci, Mario Francesconi e il giovane Ezio Campasso. Vogliono creare una formazione partigiana non comunista. Intanto da Genova piombano Emanuele Strasserra e Giovanni Scimone, agenti dell'Ufficio Servizi Strategici americani. Moranino, comunista fino al midollo, non capisce più niente, li ritiene spie e li fa ammazzare».
Sette gli esecutori materiali, poi prosciolti per l'amnistia-Togliatti: avevano solo obbedito agli ordini di Moranino, che invece viene indicato come mandante. L'iter processuale s'innesca per la denuncia dei familiari degli uccisi e durerà dieci anni. Tutta la vicenda è strana, e Gremmo lo racconta bene attraverso testimonianze e documenti. Strasserra deve raggiungere il comando americano. Viene catturato in Val D'Aveto dai tedeschi che lo liberano perché in possesso d'un lascia passare (falso) dell'Ansaldo. Ma anziché andare alla Spezia dove sono gli Americani, si unisce a Scimone e su consiglio del cugino di lui puntano su Biella. Qui l'incontro con Gemisto e i tre vercellesi. «Gemisto li mandò a chiamare e ordinò loro di passare la frontiera svizzera per prendere contatto con la missione inglese». Bisognava programmare «lanci» di armi e materiale. Tutto regolare. Peccato che «c'era chi decideva di farli ammazzare, spedendoli in Svizzera senza scarpe». Poi ci sono le mogli di Santucci e Francesconi. Che cominciano a fare domande sui loro mariti, mentre gli altri partigiani le rassicurano che i due stanno bene e sono in Svizzera. Macchè. «Anche il loro destino era segnato. Il Comando di Moranino si riunì e decise di eliminare le donne e lo fece sebbene nulla giustificasse l'infamante accusa di spionaggio che venne poi mossa loro, ad esecuzione avvenuta - scrive Gremmo -. Subito dopo l'uccisione, la casa delle due donne venne completamente vuotata. Quella sera la radio venne usata nel locale del Comando per ballare, mentre la sua legittima proprietaria era già sottoterra».
Perché anche le donne? «Perché avrebbero potuto denunciare la morte dei mariti. Questo comunque è l'aspetto meno chiarito del processo. Dissero che erano spie fasciste, per queste le fecero fuori. Scusa sufficiente per il decreto-Togliatti». Col tempo saltò fuori che Moranino aveva fatto tutto da solo, «ma il problema è che la decisione fu presa almeno da altre tre persone oltre Gemisto, ossia due partigiani che lo seguirono poi in Cecoslovacchia e un altro diventato poliziotto. Tutto scritto nei documenti, le testimonianze iniziali degli esecutori lo confermano». Eppure il colpevole unico resta Moranino.
Parallelamente agli atti del processo, Gremmo affonda d'un livello il discorso. Perché è comunque strano che Strasserra e Scimone per raggiungere il comando americano avessero piegato sul biellese: «A Biella da almeno tre mesi il Partito Comunista s'era messo d'accordo con i tedeschi perché portassero via prodotti tessili pagando una tangente al PCI. Un accordo tra gli industriali, i tedeschi e Moranino (che non poteva avere deciso tutto da solo). Da cui furono esclusi i fascisti, tant'è che Mussolini mandò Giorgio Pini a dare un'occhiata. Se davvero la voce della tangentopoli biellese s'era sparsa, la missione americana di Strasserra può assumere una altro significato». È l'effetto prisma e la storia si consuma a strati. Gremmo ci dedica l'ultimo capitolo a queste domande senza risposta, perché «non sempre la verità giudiziaria coincide con quella storica».