LA SPIETATA MANNAIA

Cinque anni di inibizione al presidente, a Capozucca, Dal Cin e Pagliara

Paola Balsomini

Serie C e tre punti di penalità da scontare nel prossimo campionato. La Disciplinare in meno di due giorni ha spedito il Genoa all’Inferno. Una sentenza certamente inattesa, la più pessimistica, forse nemmeno temuta dallo stesso club rossoblù; basti pensare che lo stesso Procuratore Federale Stefano Palazzi aveva chiesto la responsabilità diretta e in subordine la responsabilità oggettiva. Ma evidentemente dubbi, i cinque membri della Commissione Disciplinare, ne hanno avuto ben pochi, tanto da riunirsi per due giorni e stabilire la gravità della pena: niente rinvii, niente spaccature. Persino al presidente rossoblù Enrico Preziosi, che ieri subito dopo la sentenza si è dimesso, è stata inflitta «la sanzione dell'inibizione per cinque anni (art. 6, comma 5 e 6, e art. 14, comma 2) con proposta al Presidente Federale di preclusione alla permanenza in qualsiasi rango o categoria della F.I.G.C.». Cinque anni di inibizione. Stessa sorte è toccata al direttore generale Stefano Capozucca, all’ex presidente del Venezia Franco Dal Cin e a Pino Pagliara, l’uomo trovato in possesso dei 250 mila euro, corpo del reato, secondo i giudici della combine. Solo Massimiliano Esposito, ex giocatore del Venezia, è stato prosciolto dalla Disciplinare. Martin Lejsal e Massimo Borgobello sono stati squalificati per 6 e 5 mesi (il portiere aveva confessato davani all’Ufficio Indagini della Figc e quindi ha avuto una pena lieve). Le altre sanzioni hanno riguardato Michele Dal Cin, dg del Venezia (tre anni e un mese di inibizione) e Roberto Cravero, ds (4 mesi).
«Non so ora quali saranno i prossimi passi - spiega un amareggiato Capozucca - questo è un discorso che porterà avanti il presidente con i suoi avvocati. Per quanto mi riguarda mi hanno portato la squalifica da tre anni a cinque. È la pagina più nera della storia del Genoa».
La Commissione ha evidenziato proprio le responsabilità di Capozucca e di Pagliara. Anche il loro «apporto causale alla realizzazione dell'illecito» è «di solare evidenza ... sia
nella fase ideativa, sia in quella esecutiva, sia in quella
successiva».
La vicenda è caratterizzata dall'episodio relativo ai 250.000 euro trovati in possesso di Pagliara, il 14 giugno, all'uscita degli uffici della Giochi Preziosi di Cogliate. Secondo il pool di avvocati difensori, i soldi sarebbero stati utilizzati dal Genoa per acquistare dal Venezia il calciatore Ruben Maldonado. «Ad avviso della Commissione - si legge nella motivazione della sentenza racchiusa in diciotto pagine - tale tesi deve ritenersi del tutto inattendibile per un coacervo di contraddizioni e illogicità che la inficiano... La Commissione ritiene che la dazione di denaro configuri una concreta captatio benevolentiae nei confronti dei dirigenti del Venezia, non soltanto affinchè costoro rifiutassero qualsiasi premio a vincere contro il Genoa, ma anche perchè garantissero il tanto atteso risultato a favore del Genoa. In tale ottica, ogni approfondimento circa l'effettività (ovvero la simulazione) di una contestuale trattativa avente ad oggetto il trasferimento del calciatore Maldonado è del tutto irrilevante».
Come dire, alla tesi di Maldonado, i cinque membri della Disciplinare non ha creduto nemmeno per un minuto.
Secondo la Commssione anche nel porcedimento si è partito da un concetto che andrebbe contro i principi di lealtà sportiva: «L'elemento paradossale - si legge ancora - emerso in questo procedimento è rappresentato dalla circostanza che si è dato e si dà per scontato e per accettato il fatto che una squadra, giunta a fine campionato senza particolari stimoli di classifica o di necessità di risultato, debba mantenere un comportamento di gioco e un atteggiamento allineati alle aspettative dell' avversario che invece sia spinto da tali stimoli o necessità».
È un'ottica, precisa subito la Disciplinare nel suo preambolo, «palesemente incompatibile con i principi di lealtà, correttezza e probità ai quali l'ordinamento sportivo non può abdicare pena la sua irrimediabile caduta di credibilità e financo la sua stessa sopravvivenza». «Viene dunque considerata una sorta di legittima difesa preventiva quella con cui, di fronte al timore che il proprio antagonista in classifica (nel caso in specie il Torino) possa essersi attivato promettendo un premio a vincere al proprio avversario nella gara successiva (nel caso in specie il Venezia), si reagisce ponendo concretamente in essere atti diretti ad assicurarsi il placido e non bellicoso atteggiamento di quest'ultimo, cioè a ripristinare il suo fisiologico e doveroso distacco agonistico».
Nelle intercettazioni telefoniche tra i protagonisti della vicenda dicono i giudici nelle motivazioni «Non è mai stato fatto riferimento al calciatore Maldonado quale oggetto di una trattativa in corso, mentre nel periodo successivo al sequestro si fa sistematicamente riferimento all'accordo di cessione di tale calciatore». Una scusa, insomma, «uno schermo di copertura» a posteriori utilizzando l'unico calciatore della rosa del Venezia che poteva avere una valutazione di 700 mila euro. Tesi suffragata anche dal procuratore dello stesso giocatore che ha detto di non sapere nulla della cessione del suo cliente (Maldonado non si è nemmeno mai presentato in ritiro).
La Disciplinare poi ha anche attentamente analizzato le intercettazioni telefoniche: «La chiara consapevolezza che era stata raggiunta un'intesa» emerge (sempre secondo le motivazioni della sentenza) «dal colloquio tra i calciatori Lejsal e Borgobello (nel corso del quale i due affermano che si sono messi d'accordo tra le due società». Una frase è anche stata estrapolata: «Anche Michele lo ha detto, ci sono i soldi in ballo ma non si sa chi li prende, li prende la società». E ancora: «Lulù ha detto che devono perdere 3-0, c’è un vecchio accordo».
Quindi la gara, secondo i giudici, si doveva perdere ed è per questo che mezza squadra non è voluta scendere in campo.