SPILLANE L’ultimo caso del principe dei «duri»

È morto lo scrittore «padre» del detective Mike Hammer. La guerra, i fumetti, l’Fbi e una vita nel segno del crimine

Se avesse potuto scegliere la sua morte probabilmente avrebbe preferito spirare fra le cosce di un’avvenente bionda, oppure essere centrato da una raffica di proiettili durante una rapina o un conflitto a fuoco tra polizia e malviventi, o magari essere mitragliato durante la guerra su uno degli aerei che aveva pilotato. Certo, avrebbe voluto morire in piedi, da solo, da duro come il suo eroe Mike Hammer. Invece lo scrittore americano Mickey Spillane se n’è andato a 88 anni nella sua casa in South Carolina, dopo mesi di lunga malattia, circondato dalle attenzioni dei suoi cari. Avrebbe sognato un funerale solitario, sotto la pioggia, presente il suo investigatore privato che con una sigaretta a mezza bocca e una bottiglia di whiskey in mano avrebbe brindato dicendo: «alla tua, grande bastardo!».
Sì, perché nelle sue storie Mickey Spillane ha sempre cercato di non mettere niente di troppo romantico, niente di troppo delicato, ma ha preferito adottare la tecnica dei pugni piazzati direttamente nello stomaco dei lettori. Spillane era nato il 9 marzo del 1918 a Brooklyn, New York, col nome ufficiale di Frank Morrison, ma trascorse una turbolenta infanzia ad Elizabeth, nel New Yersey. Dopo essersi iscritto al Kansas College ed aver per qualche tempo tentato di condurre studi da avvocato, già nel 1935 l’irrequieto Frankie si accorse di non essere adatto a vestire la toga. Cominciò quindi a scrivere storie per le diffuse pulp magazines dell’epoca, ma anche per serie a fumetti come Captain Marvel e Captain America che saranno le prime a dargli grandi soddisfazioni.
Scrivere per i fumetti lo abitua a usare un linguaggio popolare, diretto, privo di fronzoli. Ed è proprio nel personaggio di Mike Danger, apparso per la prima volta sulle strisce, che va ricercato il primo modello del suo futuro Mike Hammer. Durante la Seconda Guerra Mondiale, Mr. Morrison viene arruolato nell’aeronautica militare, come pilota e istruttore di volo. E alla fine del conflitto riprende la sua attività di sceneggiatore a fumetti, mentre a tempo perso si esibisce come acrobata in alcuni circhi itineranti. A formare ulteriormente la sua passione per il noir e le storie criminali contribuirà la collaborazione per un certo periodo alle attività antidroga dell’FBI. Indagini svolte in prima persona, fatte di appostamenti e pedinamenti che gli procureranno alcune ferite da arma da fuoco e da coltello le cui cicatrici segneranno per sempre il suo corpo.
Nel 1947 Frank Morrison diventa definitivamente Mickey Spillane, consegnando alle stampe il romanzo che lo consacrerà come il nuovo re dell’hard-boiled americano: Io, la giuria. Un best seller capace di sfondare il tetto delle vendite in libreria, visto in breve tempo superò i sei milioni di copie vendute nei soli States. Un libro scritto in nove giorni che rivoluzionerà la storia dell’editoria Usa che proprio in quel periodo vedeva nascere i primi paperback, volumi prodotti a raffica da editori a caccia di storie a base di «sesso, sangue e violenza» da proporre a un famelico pubblico di lettori desideroso di forti emozioni.
In Io, la giuria appare per la prima volta il cinico e violento detective privato Mike Hammer, che nei tredici romanzi di cui sarà protagonista (ricordiamo fra gli altri La vedetta è mia, Una ragazza e una pistola, Il colpo gobbo, Bacio mortale, Sopravvivenza zero, etc.) non mostrerà pietà per nessuno, neppure per le decine di bionde che incroceranno la sua strada. Il ciclo di Hammer sarà interrotto soltanto nel breve periodo in cui Spillane, diventato testimone di Geova, predicò il Vangelo porta a porta. Quando ritornerà a metà degli anni ’50 a scrivere romanzi, il suo stile sarà ancora più furibondo, tanto da portarlo a creare anche il terribile Tiger Man, agente segreto nemico giurato delle spie comuniste che ritroveremo in romanzi come Il giorno delle pistole, Alba di sangue, Venditori di morte. E non meno robusti saranno eroi come Dog Kelly, Morgan il razziatore e Gill Burke, che con Tiger Man e Hammer sembrano condividere lo spirito di sopravvivenza.
Nelle sue storie Spillane non inventa per primo né l’archetipo dell’investigatore privato né quello della spia, già sviluppati in precedenza da Dashiell Hammett, Raymond Chandler e Ian Fleming, ma ha dalla sua una capacità di costruire dialoghi al fulmicotone e situazioni cariche di adrenalina e violenza prima di lui assenti nell’hard-boiled. L’esperienza della guerra aveva segnato lo scrittore, ma segna anche il suo Mike Hammer, un uomo che dopo essere sopravvissuto al conflitto si ritrova a vivere in una città densa di fango e di cadaveri come una giungla, un luogo dove gli uomini «hanno ben chiaro il potere di un’arma e provano l’osceno piacere della brutalità e della forza, l’inebriante dolcezza del delitto santificato dalla legge». Un posto dove il privato cittadino si può sostituire alla pubblica legge come in Io, la giuria, quando si tratta di vendicare la morte dell’uomo che ha perso un braccio in battaglia per salvarlo.
È naturale che di un personaggio del genere, tutto d’un pezzo, non potesse che innamorarsi il mondo del cinema. Tra i film tratti dai suoi libri vanno ricordati i nerissimi La mia legge (1953) di Harry Essex, Un bacio e una pistola (1955) di Robert Aldritch, Io, la giuria (1982) di Richard T. Heffron, in cui di volta in volta il ruolo del solitario detective è affidato a Ralph Meeker, Biff Elliot, Armand Assante. Lo stesso Spillane accettò di interpretare il suo eroe nel film The girl Hunters, girato nel 1963 da Roy Rowland. Ma probabilmente la miglior trasposizione delle storie di Spillane, a parte quella regalataci da Aldritch, è stata quella televisiva realizzata fra il 1984 e il 1987 con un raffinato gusto pop degno dei videoclip dell’epoca. Un serial che vedeva nel ruolo del duro il granitico Stacy Keach, affiancato dalla raffinata e avvenente Lindsay Bloom nei panni della sua segretaria Velda.
Non a caso, vedendone i primi episodi Spillane brindò al suo personaggio, ancora una volta appoggiato in canottiera al frigorifero di casa sua. Come lo ritrae il più celebre dei ritratti fotografici che lo ha immortalato, in quell’atteggiamento popolare da americano vero che aveva voluto regalare anche al suo Mike Hammer.