Spina, uno scrittore nascosto nel deserto

«Semereth era un uomo chiuso»: lui, Alessandro Spina, che ne fa il protagonista di Il giovane maronita, forse non lo era, ma lo è la sua vita letteraria che, per quanto lunga oltre quarant’anni, è sempre rimasta nascosta, come sepolta sotto la sabbia del suo deserto libico.

Sempre di Semereth «dicevano che covasse in cuore il rimpianto della vita pubblica nella capitale, ma nessuno in quel modesto porto sulla costa africana si mostrava meno di lui avido di cariche e di onori»: Spina delle mafie letterarie non si è mai curato, scriveva di odiare «perdere tempo a Roma, allora capitale letteraria; mi rifiutavo dunque di rinunziare ai viaggi in Francia e in Germania, per cercare protettori nei caffè di Piazza del Popolo». E in poche righe spazza via le conventicole e le lobbiette di via Veneto e di tutte le terrazze romane, perché se Manzoni con civetteria scriveva per venticinque lettori, lui realmente è sempre stato uno scrittore per uno, due lettori al massimo, che poi si chiamavano Cristina Campo o Elemire Zolla.

La parabola di Alessandro Spina è l’esempio più clamoroso di quanto miserabile e falsa sia stata, nell’ultimo mezzo secolo, la vita letteraria italiana, dove si sono premiati, osannati, citati una quantità incredibile di scrittorucoli senza sangue e senza parole ma che sapevano frequentare bene; e si è quasi del tutto ignorato il talento cristallino come il cielo del deserto di uno che preferiva frequentare le piazze di Bengasi e le oasi, invece delle giurie letterarie e delle redazioni dei giornali.

In Libia Spina è nato nel 1927, quando la conquista italiana aveva già messo radici; e ci ha vissuto fino al 1940. In Italia è rimasto fino al 1953, ma «l’atmosfera stagnante della Milano di quegli anni» deve averlo talmente soffocato che ha preferito tornarsene sotto il sole abbagliante dell’Africa, dove è rimasto per oltre venticinque anni, fino al 1979, fino alla rivoluzione di Gheddafi e alla costruzione del nuovo regime.

È in questi anni che scrive il suo ciclo, I confini dell’ombra, che ora Morcelliana pubblica (pagg. 1268, euro 49); e meno male che c’è ancora qualcuno che, invece di inseguire il solito volto televisivo, ha il coraggio di ricordarsi di chi sa scrivere un romanzo. Che poi sono undici e formano uno straordinario affresco che sarà anche la storia di un Paese, anzi di due, la Libia e l’Italia, dal periodo della conquista giolittiana passando per il regime fascista, fino agli anni postcoloniali, con tutte le miserie sul colonialismo e le presunzioni occidentali, ma mai strizzando l’occhio al terzomondismo politicamente corretto. Ma è anche e soprattutto una ricchissima commedia umana che ha la lussureggiante luminosità di un Durrell e l’angosciata essenzialità di un Camus, di tutti coloro cioè che hanno portato sotto i cieli terribilmente puri dell’Africa la lucida disperazione occidentale, ma hanno saputo anche ravvivare la disincantata razionalità europea con la vitalità dell’Oriente e del Sud. Così, Spina è potuto diventare uno dei pochi veri scrittori internazionali del Novecento, capaci di uscire fuori dalla trascendenza dell’ombelico italiano.

Chiaro che, tornato in Italia in quegli anni che da plumbei stavano diventando volgari, lui che aveva vissuto con i mercati di Tripoli e le donne libiche, tra guerrieri e rivoluzionari, in mezzo al calderone in cui ancora musulmani e cristiani potevano incontrarsi senza sgozzarsi, non sia riuscito a trovare il suo posto nelle squallide bottegucce del culturame italiano. Il suo Semereth «aveva una gravità naturale, una sorta di autorità che rendeva timido e impacciato chi gli parlava. Questa distanza era come un incantesimo che lo teneva separato dagli altri: la subiva invece di esserne, come pensavano gli altri, l’artefice». Alessandro Spina, invece, forse la distanza dalla cultura italiana l’ha scelta per salvare la sua opera.