Spinelli lo provoca Donadoni si dimette Livorno a Mazzone

Il presidente alla tv: «Sbaglia i cambi e non sa gestire il gruppo». Il tecnico lascia: «Si è rifiutato di parlarmi e non aspettava altro»

Franco Ordine

Per una volta si può esser fieri del calcio italiano. O meglio, si può esser fieri di avere tra le sue file uno come Roberto Donadoni, classe 1963, bergamasco di Cisano, tipo silenzioso e tosto, educato ma determinato, capace di sfidare la convenienza professionale per non farsi umiliare dal solito presidente mangia-allenatori che ha per le mani una squadretta e pensa di avere una corazzata tipo Juventus o Inter. È avvenuto tutto tra lunedì sera e martedì mattina, a Livorno, nella città dei portuali che stanno con Rifondazione Comunista e hanno eletto Cristiano Lucarelli a loro idolo. Invece di prendersela con Ivaldi, l’assistente di Rosetti, responsabile di un clamoroso abbaglio (fallo di mano fuori area trasformato in rigore) in Livorno-Messina, il presidente, pieno dei soldi di Sky e Mediaset e anche di qualche scellerata illusione, ha preso cappello e attaccato duramente l’allenatore. In sequenza ha apparecchiato una serie di rilievi critici così concepiti: «1) Donadoni ha sbagliato i cambi; 2) la condizione fisica è deludente; 3) non sa gestire il gruppo; 4) non so se gli rinnovo il contratto; 5) il Milan non c’entra niente». Su cinque punti ne ha centrato uno solo: il Milan non c’entra niente, non ha mai cercato Donadoni anche se non ha smesso di intrattenere cordiali rapporti con quel gentiluomo.
Il clima, così, è diventato pesante. Quasi insopportabile per l’allenatore che ha trascinato il Livorno al sesto posto, dietro le grandi del campionato, con una striscia di risultati senza pari. Anzi, con una rosa ridotta al midollo dal mercato di gennaio nel quale Spinelli ha incassato altri euro, ha ceduto quattro pedine (Lazetic il più noto) e preso un vecchietto in serie B (Argilli difensore del Modena). Donadoni è una persona educata, forse fin troppo. Ha tentato di chiarire, al telefono, col suo datore di lavoro, inutilmente. Per due volte è stato respinto con una scusa banale: ha la voce bassa e non può parlare. Ma Spinelli ha trovato il tempo per intervenire al “Processo di Biscardi” e mettere in piazza le sue assurde pretese. «Il minimo che mi aspettavo era quello di poter dibattere tra di noi dei problemi del Livorno. Se l’intento era quello di ottenere le mie dimissioni, eccole»: Donadoni ha, come si dice, tirato le conclusioni e staccato la spina, spegnendo la luce sul Livorno. Ha pregato il suo vice, Mario Bortolazzi, di restare per qualche giorno al fianco del gruppo e di guidarli nelle due partite settimanali, ad Ascoli e con la Fiorentina. «Gli ho chiesto io di restare, i miei ragazzi non meritavano di finire allo sbando», la chiosa dell’allenatore-gentiluomo che ha ricevuto identico trattamento dallo spogliatoio intervenuto, per iscritto, al fine di smentire fratture con la panchina. «Rapporto idilliaco», ha declinato Cristiano Lucarelli attraverso il suo procuratore Carlo Pallavicino.
Mentre Roberto ha chiuso i bagagli nella sua casa di Tirrenia ed è tornato a Milano, Spinelli ha preso a corteggiare Mazzone ottenendo dallo stagionato Carletto, a digiuno di calcio da troppo tempo, l’accordo per arrivare subito, partendo dalla sua Ascoli. Donadoni si è consolato con la solidarietà dei suoi estimatori. «Si è comportato da uomo» la chiosa di Capello. «Difficile trovare un altro meglio di lui» quella di Ancelotti. E via così. Peccato che a Livorno il tifo organizzato non si sia schierato. Non l’ha fatto perché Roberto, fedele ai suoi principi, non ha mai rinnegato l’amicizia e la stima nei confronti di Silvio Berlusconi. E lor signori della bandana e delle bandiere rosse al vento, non sono riusciti a ingoiare il pregiudizio.