Uno spirito libero: amò il jazz e fu processato dai beat

In «Ed ora che avrei mille cose da fare» la lettera a Ricordi: sui dischi non voglio il mio nome

La sua fissa erano le canzoni a sfondo sociale. Brani come Cara maestra e Io sì che gli costarono l’allontanamento dalla Rai. «È stato il primo in Italia ad affrontare questi temi - dice il suo amico e studioso Mario Dentone - nessuno si occupava di politica nella canzone, e meno che mai potevano concedersi il lusso di essere di sinistra. Voleva dire essere messi all’angolo. Diceva: “Ho due scelte, o faccio musica o vado a bruciarmi in piazza Duomo, ma visto che non posso fare il rivoluzionario, scrivo canzoni”». C’è tutto il mondo dalle mille e contrastanti sfumature di Luigi Tenco in Ed ora che avrei mille cose da fare, libro scritto per Arcana dai giornalisti Renato Tortarolo e Giorgio Carozzi (quest’ultimo cugino del cantautore). Un mondo un po’ ingenuo ma che non fa concessioni a nessuno: ribelle contro la ribellione, trasgressivo ma dedito a «sregolatezze lecite e comprensibili, le belle donne e il whisky»; pronto a raccontare ma non a raccontarsi, a protestare lontano dai canoni della protesta beat, a troncare l’amicizia con Paoli per questioni di donne. «Ci rivolgevamo con passione ai gruppi beat, al rock anglosassone - ricorda Ivano Fossati, che in seguito scoprì in Tenco un maestro - e l’unico poeta musicista che c’interessava era Dylan. Tenco? Non riuscivo a farmi catturare dalla sua musica. Per me e per la mia generazione era fuori dal quadro del nostro grande amore, che veniva dai gruppi blues inglesi». Ché Tenco era di schiatta diversa, di quella generazione - insieme a Paoli - cresciuta con il blues e il jazz (il suo mitico clarinetto tenuto con gli elastici che suonava con Bruno Lauzi al banjo ed altri amici), con la cultura globale e avventurosa che mischia Genova e New Orleans. «Tenco suonava il sax ed era portato istintivamente a un sound più vicino ai jazzisti - dice il suo produttore Paolo Dossena -; al di là della grandezza dei testi, il suo fare musica era più alto di quello degli altri cantautori». Il libro racconta con magistrale equilibrio il Tenco uomo (quello che tiene nascoste le sue donne e i suoi sentimenti) e l’artista (quello che incide sotto pseudonimi come Gordon Cliff e Dick Ventuno, che chiede a Nanni Ricordi di pubblicare un long playing come «anonimo», che incide una disastrosa versione di Blowin’ In the Wind con testo di Mogol) o quello che, partendo da Ciao amore, ciao, promuove la sua rivoluzione musicale ispirandosi alle grandi produzioni di Phil Spector (non a caso Tenco era un grande ammiratore dei Righteous Brothers). Uno che ha pagato la sua coerenza; nel ’60, quando scriveva canzoni con Gaber, quest’ultimo gli inviò 2.397 lire di royalties per Ciao ti dirò scrivendogli: «Si vede che le nostre fatiche non vengono apprezzate al giusto valore. Consoliamoci pensando che siamo geni incompresi». Una genialità, o meglio una purezza, che neppure la stupenda Un giorno dopo l’altro, né classici come Vedrai vedrai o pezzi meno noti come Ognuno è libero, hanno preservato dalle critiche. Infatti Tenco fu sottoposto ad un «processo» al beat 72 di Roma e accusato di fare «finta protesta». Lui tra l’altro rispose: «Scimmiottiamo le proteste americane, cosa facilissima dato che nessuno si sente pizzicato quando gli dici che è sbagliato morire, viva la pace eccetera. Parlagli del divorzio, della mafia e vedrai che la gente si arrabbia e ti dà addosso».