Splende nelle tenebre il Tolstoj inedito che cerca redenzione

Il Teatro di Genova riscopre «Svet», l’opera autobiografica che il grande scrittore dedicò alla religione. La tormentata opera fu elaborata poco prima della morte

Quasi contemporaneamente alla scrittura di Resurrezione, grande romanzo di redenzione attraverso l'espiazione di una colpa non commessa, Tolstoj comincia la redazione di Svet-La luce splende nelle tenebre. Dove, in accenti ispirati a un'introspezione che confina con la messa in accusa, il padre della letteratura moderna espone i principi di quella religione dell'anima cui consacrerà il resto della sua esistenza. Ma non vuole o non può portare a termine questo bellissimo canto fermo sulla morale evangelica che tenta, con ogni mezzo, di realizzare nella prassi.
Dopo aver descritto il lucido delirio di un protagonista scisso tra l'implacabile volontà di spogliarsi dei suoi beni per vivere in armonia col dettato apostolico e il desiderio di non contrastare l'integrità dei suoi cari, Tolstoj non prosegue l'inchiesta lasciando negli appunti l'exitus di un'autocritica destinata a rimanere aperta. Per sei anni, dal 1896 al 1902, il suo alter ego agonizza tra i fogli prima che i precetti della fratellanza universale predicata dal suo autore spingano l'uomo Tolstoj a fuggire di casa incontrando la morte in una piccola stazione suburbana. Rimasto fino ad oggi inedito per il teatro, salvo una precaria messinscena berlinese, oggi questo testo fondamentale del pensiero di Tolstoj viene proposto al pubblico per merito del Teatro di Genova e del suo condirettore Marco Sciaccaluga, regista dello spettacolo che vede schierati attorno al protagonista uno stuolo di validissimi giovani provenienti dalla scuola di recitazione dell'ente produttore. Nella cornice, sapientemente ideata da Jean-Marc Stehlé, che sullo sfondo di un bosco di betulle che ricorda da vicino le immagini della tenuta di Tolstoj a Jasnaja Poljana riunisce con poche varianti le stazioni da teatro espressionista di questa calata progressiva nell'inferno di un vivo che invano anela all'assoluta purezza degli umili, il dramma si snoda nei modi e nei tempi a suo tempo teorizzati da Brecht.
Con siparietti che fanno da intervallo tra i vari quadri introducendo per comodità didascalica i diversi luoghi deputati della parabola. Con precisi riferimenti allo splendore figurativo del cinema di Paradjanov come alle luci e alle ombre della grande ritrattistica russa ottocentesca. Una bella regia confortata dall'equilibrio di un ensemble dove spiccano la grazia di Orietta Notari e il generoso impeto di Flavio Parenti mentre Vittorio Franceschi si limita a conferire un empito stavolta esente da quel mistico afflato richiesto da un ruolo così grande.

SVET-LA LUCE SPLENDE NELLE TENEBRE- di Tolstoj Teatro di Genova. Regia di Marco Sciaccaluga, con Vittorio Franceschi. Genova, Teatro Duse, fino al 4 febbraio.