Lo "spoil system" di Obama: ora va a caccia di ambasciatori

Lo staff del presidente eletto è al lavoro per scegliere i diplomatici da inviare nei principali Paesi rivali o alleati: trovato l’uomo giusto per Pechino, ora tocca a Londra, Parigi e Roma<br />

Ora gli ambasciatori. Facce e nomi. Curriculum. Fatta la squadra di governo, Barack Obama comincia a sfogliare le liste dei diplomatici da mandare in giro per il mondo. Il presidente eletto non si è ancora insediato alla Casa Bianca, ma nei palazzi di Washington il gioco più in voga in questi giorni è il toto-nomine degli ambasciatori valzer degli ambasciatori: Londra, Parigi, Roma, Tokyo, il Vaticano, ma anche Pechino e Ryad sono tra le sedi più ambite in ballo, dopo che, come è consuetudine a ogni cambio di amministrazione dalla Transizione di Barack Obama è partita la richiesta agli ambasciatori di nomina politica scelti dal presidente George W.Bush di lasciare il posto.

Un uomo Goldman Sachs per Pechino La scadenza è il 20 gennaio, quando si insedierà la nuova squadra di governo con Hillary Clinton al timone del Dipartimento di Stato, e già cominciano a circolare nomi: su Pechino, una sede chiave alla luce della crisi economica dal momento che la Cina detiene il grosso del debito americano, starebbe cercando di mettere il cappello il ricchissimo John Thornton, un ex presidente Goldman Sachs che si è appena dimesso da direttore dell’Industrial and Commercial Bank of China citando «nuovi impegni di affari». L’ambasciatore degli Usa a Roma, Ronald Spogli, e l’ambasciatrice presso la Santa Sede, Mary Ann Glendon, entrambi non di carriera, salvo sorpresa rientreranno negli avvicendamenti, al pari dei colleghi Craig Stapleton, ex co-proprietario della squadra di baseball dei Rangers con Bush e attuale ambasciatore in Francia, o Ronald Tuttle, inviato a Londra, multimilionario delle concessionarie auto e uno dei “pionieri”, il selezionatissimo gruppo di donatori che per la rielezione di Bush avevano raccolto almeno centomila dollari.

Un posto per l’erede Kennedy Chi prenderà le piazze principali? A Washingon i nomi circolano a ripetizione. Si va dai protagonisti dell’universo Obamiano come Caroline Kennedy, la miliardaria di Chicago Penny Pritzker, alle star della tv come Oprah Winfrey, regina nera dei talk show che dice di essere pronta a fare le valige per l’Africa. Non è così scontato: da un lato nelle scelte fatte finora Obama ha mostrato di volersi circondare di persone di grande esperienza; dall’altro il presidente eletto ha vinto le elezioni grazie a nuovi strumenti di raccolta fondi: è dunque meno legato alla tradizione di ricompensare amici e grandi finanziatori con sedi di rango. Le ambasciate premio sono un residuo dello spoil system di cui hanno approfittato democratici e repubblicani dall’epoca di Kennedy.

Lo stile Clinton Negli anni di Clinton, se può servire da guida sullo stile di Hillary, molti amici di Bill, come la grande donatrice Pamela Harriman e il banchiere Felix Rohatyn a Parigi, ottennero sedi prestigiose in premio dell’appoggio. Ma lo stesso Clinton inviò a Roma, un’altra ambasciata ’premiò, un diplomatico di carriera come Reginald Batholomew. Non è comunque detto che Obama lasci alla Clinton voce in capitolo nelle scelte di primo piano: nella conferenza stampa in cui l’ha nominata al Dipartimento di Stato che è pronto ad accogliere molti consigli, ma alla fine sarà lui a decidere. Intanto, in vista del radicale cambio della guardia, i diplomatici di carriera hanno cominciato a agitarsi. Citando le molte sfide poste all’immagine delL’America nel mondo, la loro associazione American Academy of Diplomacy ha chiesto, per la prima volta in 25 anni, di limitare le nomine politiche al 10 per cento - e non il 30 per cento come è adesso - delle oltre 200 posizioni aperte. «La diplomazia è un affare troppo serio per diventare un regalo», ha detto Ronald Neuman, il presidente che dal 2005 al 2007 è stato ambasciatore a Kabul.