La sporca guerra del tenente Snell

In «L’isola di Mussolini» John Follain ricostruisce le errate scelte tattiche e l’inutile spreco di vite umane della celebre «operazione Husky»

La campagna di Sicilia fu definita «un fallimento tattico e strategico» e un esempio caotico e deplorevole di «tutto ciò che una pianificazione non dovrebbe essere \ madornali errori compiuti durante la campagna: la confusione e l’astio che connotarono il momento della pianificazione, il costo in vite umane dovuto alla pessima organizzazione dei primi sbarchi aviotrasportati, l’avanzata vanagloriosa di Patton su Palermo e l’incapacità degli alleati di bloccare l’evacuazione dell’Asse». Errori e negligenze che permisero a neppure 60mila soldati dell’Asse di resistere per oltre un mese, fino a metà agosto, a un’imponente armata alleata superiore almeno sette volte in uomini e molto di più in armamenti ed equipaggiamento. Così, se fosse stato soltanto per la campagna di Sicilia, forse gli alleati non avrebbero riconquistato l’Europa, o almeno ci avrebbero impiegato molto più tempo e perduto ancora più vite. Per non parlare del prezzo storico e politico pagato: per qualcuno, sessant’anni dopo, sarà ancora una leggenda, eppure «il patto segreto che aveva visto l’intelligence militare americana operare in sinergia con la mafia durante i preparativi all’invasione si tramutò in un’inaspettata benedizione per i “padrini”».
Ma quando alle 2,45 del 10 luglio 1943 scatta l’operazione Husky e le navi alleate cominciano a vomitare sulle spiagge di Avola e di Gela migliaia e migliaia di soldati americani e inglesi, David Repard, Tony Snell, Joseph Rosevich, David Fenner, Alfred Johnson, Werner Hahn, Livio Messina e Rita Francardo, non possono certo conoscere i preparativi dello sbarco né immaginarne le conseguenze: Repard, Snell e Fenner, ufficiali britannici, Johnson, sergente americano, e Rosevich, segretario del generale Patton, sanno soltanto che devono avanzare e combattere gli italiani e i tedeschi che si troveranno davanti.
Hahn, soldato tedesco, nell’assoluta fiducia che ancora nutre nel Führer e nelle sue prodigiose armi segrete, sa che il suo dovere è sparare, sparare e soltanto sparare contro gli invasori che vengono dal mare; Messina, sottufficiale della divisione Livorno che, secondo i sogni più che i progetti di Mussolini, sta in Sicilia per inchiodare sulla sabbia chiunque osi calpestarne il suolo sacro alla patria, sente presto il fragore dello sfacelo; mentre Rita Fracardo ode soltanto il rombo della cannonata che spazza la casa della sua famiglia, le uccide il fratello e ferisce lei stessa.
In L’isola di Mussolini (Mondadori, pagg. 309, euro 19), John Follain ricostruisce, come dice il sottotitolo, «Lo sbarco in Sicilia raccontato da otto testimoni inglesi, americani, italiani e tedeschi», e lo fa con la precisione, a volte persino eccessiva, dello storico, precisione che lo porta a sminuzzare i giorni dell’invasione ora per ora, con una mole impressionante di documenti; ma anche con la scorrevolezza e l’abilità del giornalista qual è, lui che ha raccontato le cronache europee per i giornali americani prima da Roma e poi da Parigi.
Ne esce un racconto appassionante costruito come un film, e che, pur non tralasciando le decisioni, gli sbagli e le intuizioni dei grandi protagonisti - da Mussolini e Churchill, da Patton a Montgomery - tira fuori dall’anonimato dei tanti milioni e milioni di comparse che combatterono, soffrirono e morirono nella seconda guerra mondiale, la storia di otto persone. E questi otto, di una parte e dell’altra e di quella che non sta con nessuno ma le prende da tutti (come capita in ogni guerra alla popolazione civile) con Follain si trasformano in eroi della grande storia, ancora più dei dittatori e dei capi di Stato e dei generali che li hanno mandati a combattere.
Così, la guerra del sergente Johnson non è tanto più pulita di quella del soldato Hahn che soltanto anni e anni dopo, quando invecchierà nella sua Baviera, dirà: «Milioni di persone sacrificate per niente, solo perché l’ha ordinato un pazzo»; e la disperazione e lo sbando che travolgono il sottufficiale Messina, tradito dai suoi comandanti e dalla sua patria non è poi tanto diversa, nel momento in cui sparano le mitragliatrici, i compagni cadono intorno a lui e il sangue della battaglia schizza ovunque, a quella in cui combattono Repard, Snell e Fenner: a fare la differenza, come in ogni guerra, sarà chi la racconterà una volta finito di sparare, quando si conteranno i vincitori e i vinti.
Gli otto eroi di Follain diventano protagonisti soprattutto perché, a differenza di tanti altri milioni come loro, sono sopravvissuti al massacro. E non perché più abili e più geniali di altri, ma soltanto perché, come spiegherà Snell tanti anni dopo, le rare volte che avrà voglia di parlare della grande battaglia di Sicilia: «Naturalmente ho avuto fortuna, una fortuna incredibile. Non c’è che dire. E non so proprio perché».