Gli sporchi trucchi di Hamas e Tsahal

Nella Striscia
in corso combattimenti
senza esclusione di
colpi e senza testimoni

È una guerra sporca, infida e crudele. Non la vedono i giornalisti stranieri tenuti alla larga dalla Striscia di Gaza dai divieti israeliani. Non la raccontano quelli palestinesi minacciati e vessati da Hamas. È un buco nero da cui non affiorano neppure le foto dei telefonini «ingoiate» a mezz'aria dalle nuove tecnologie dello Shin Bet, il servizio segreto interno dello stato ebraico. E l'inferno in terra di Gaza dove Hamas si fa scudo dietro alle proprie donne e ai propri figli, mentre Tsahal, l'esercito israeliano, non più disposto a mettere a repentaglio i propri soldati per risparmiare la popolazione, combatte senza risparmiare i colpi. «Siamo violenti, usiamo ogni arma a disposizione, non siamo più disposti a compromessi perché Hamas grazie ai soldi e alle armi dell'Iran è diventato un esercito vero e proprio, capace di mescolare terrore e guerriglia» – spiega un ufficiale di Sayeret Yahalom, l'unità «diamante», la forza élite dei guastatori incaricati di aprire la strada agli altri soldati nei formicai di Gaza.

Hanno imparato la lezione nella tremenda estate libanese del 2006, sanno che Hamas conta sugli stessi maestri di Hezbollah e che ogni passaggio, ogni strada, ogni casa, nasconde una trappola. Avanzano a colpi di esplosivo, fanno saltare i muri laterali degli edifici, i blindati vi accostano, le truppe saltano nelle voragini, aprono il fuoco contro chiunque si muova, seguono i cani anti-mina che sniffano il tracciato, si riparano dietro il giubbotto anti proiettile di chi sta davanti. Se in una casa c'è puzza di nemico l'unico espediente per risparmiar i civili è la «bussata sul tetto». Non è una gentilezza e neppure una cortesia. È un missile contro l'ultimo piano del palazzo, lì dove Hamas concentra gli abitanti dei condomini e nasconde i cecchini che battono i dintorni. Il missile esplode senza penetrare nel tetto, ma l'effetto è terrorizzante. E su chi non fugge immediatamente s'abbattono, subito dopo, le Gbu 39 americane, i nuovi minuscoli ordigni intelligenti per bombardamenti urbani capaci con solo 40 chili di carica di far implodere un edificio. «Mors tua vita mea» è l'unica e l'ultima legge della sopravvivenza in un teatro dove ogni militare di Tsahal è una preda preziosa.

Ron Ben-Yishai, unico corrispondente di guerra israeliano al seguito dei militari ha incontrato la «trappola del manichino», un pupazzo vestito da guerrigliero seminascosto nel cortile interno di un palazzo. «Se gli spari - racconta – innesca una carica, fa crollare il pavimento, ti fa precipitare in un antro sotterraneo dove Hamas attende i suoi prigionieri». In due anni i «topi» fondamentalisti hanno attrezzato l'intero sottosuolo con basi e arsenali e tunnel, emergono da un capo all'altro delle città, combattono in abiti civili, spariscono di nuovo. Si guardano bene dallo sfidare elicotteri e aerei senza pilota. Colpiscono da lontano utilizzando, come hanno imparato dagli istruttori di Hezbollah, i nuovi mortai iraniani da 81 millimetri. Cercano le unità di Tsahal nascoste nei palazzi, c'infilano dentro i razzi delle nuovi micidiali armi anticarro. Ma restano in superficie solo il tempo indispensabile, poi riguadagnano i tunnel e riemergono altrove. I loro capi, dati ieri in fuga verso l'Egitto, si sarebbero nascosti per 14 giorni in un bunker sotto una delle due ali dell'ospedale di Gaza.

Per impossessarsi di questi e altri segreti lo Shin Bet ricorre a tutti i mezzi. Da giorni nelle case palestinesi di Gaza arrivano decine di misteriose telefonate. Dall'altro capo voci arabe esprimono solidarietà, s'informano, tastano il terreno, chiedono a chi si dimostra disponibile informazioni su guerriglieri, depositi di armi e missili. E quando scattano le tre ore di cessate il fuoco pomeridiano tocca ai Duvdevan, le unità «ciliegia» addestrate a parlare l'arabo e a vestirsi come il nemico, girare le zone abitate per strappare notizie a chi, ignaro, li saluta e li chiama «nostri mujaheddin».