Sport per evadere dal Beccaria:

Il recupero dei detenuti passa anche dall’attività sportiva. Ne è convinto soprattutto chi lavora ogni giorno con i reclusi delle carceri minorili: ragazzi e ragazze che spesso hanno alle spalle storie di emarginazione e disagio. Come quelli del penitenziario «Cesare Beccaria» di Milano, che da oggi avranno a disposizione una palestra interamente ristrutturata con tanto di bagni e docce.
Un intervento, reso possibile dall’impegno della Provincia, che ha stanziato 100mila euro, e di enti privati, che hanno contribuito per i restanti 50mila euro.
La nuova palestra è stata inaugurata ieri con un evento speciale: 20 detenuti hanno disputato una partita di calcetto con due sportivi d’eccezione, l’ex rugbista Alessandro Troncon e l’ex pugile americano Marvin Hagler, entrambi ambasciatori della onlus Laureus che ha finanziato parte del progetto.
«Se non fosse stato per la boxe - ha detto Hagler, campione mondiale dei pesi medi dal 1980 a 1987 - forse anch’io sarei finito in un carcere minorile, oppure nel tunnel della droga».
Come lui, anche Troncon è intervenuto con entusiasmo alla partita e ha risposto alle domande dei ragazzi: «Sono felice di rappresentare un esempio per i giovani rinchiusi qui», ha detto.
Al «Cesare Beccaria» sono attualmente detenuti 75 minori: gli italiani, negli ultimi due anni, hanno raggiunto la maggioranza. Mentre fra le ragazze sono molte le rom.
«La nuova palestra - ha detto il direttore del carcere - ci permette di ampliare le attività. Adesso, oltre al teatro e alla scuola, avranno anche lo sport con il quale sfogarsi».
Anche secondo don Gino Rigoldi, storico cappellano del «Beccaria», serve un intervento forte contro il disagio giovanile: «Il degrado delle periferie e le ambigue politiche di sicurezza generano sempre più giovani criminali - ha detto, commentando il fatto che gli italiani hanno superato i maghrebini e i rom -. Finiscono qui per reati sempre più gravi. Da una parte le nostre periferie sono terra di nessuno dove l’unica impresa attiva è la malavita. Dall’altra l’allarme sicurezza è un veleno che spinge molti giovani italiani a inventarsi dei nemici che non esistono. E alla fine sono i più disillusi, con cui è ancora più difficile lavorare in carcere». Molti problemi derivano anche dai pochi fondi a disposizione. Per questo è fondamentale l’intervento dei privati: «Ormai sono costretto a fare “found raising” - racconta -. Certo che un ambiente più dignitoso spingerebbe i giovani detenuti ad avere più rispetto per sé e per gli altri e ridurrebbe la tendenza a lasciarsi andare».