Lo sport Usa rischia di saltare in aria

La fine fissata per metà 2011 quando in Nba e Nfl scadranno i contratti
fra assogiocatori e rispettive leghe Il motivo? Gli ingaggi pesano
troppo sui bilanci e i proprietari dei club possono rifiutarsi di
disputare i campionati

Dove ti volti, una crisi, anche nelle migliori famiglie. Ma se i problemi di alcune squadre di Premier League derivano da pratiche finanziarie spregiudicate e da un sistema anarchico anche se in teoria controllato dall'alto, le nuvole che si addensano cupe sulla Nba e sulla Nfl hanno un'origine, se si può dire, più lineare. Nascono cioè dall'imminente scadenza del contratto collettivo di lavoro tra associazioni giocatori e leghe: contratto senza il quale non può esistere un campionato pro, a meno che, come in passato è accaduto nella Nfl con esiti quasi comici, le squadre non ricorrano ad atleti presi qua e là, e magari inattivi da anni. Il pericolo si chiama lockout, ovvero non uno sciopero dei giocatori ma una chiusura delle attività da parte dei proprietari, cioè delle leghe. Il contratto tra Nba e Nbpa, l'assogiocatori, scade il 30 giugno 2011, quello Nfl pure, anche se in realtà la data deriva in questo caso dalla decisione dei proprietari di approfittare, nel 2008, della clausola di uscita. I motivi? Soldi, sempre quelli.

La Nba vuole infatti ridurre la percentuale di denaro che finisce ai giocatori, e come giustificazione usa il fatto che oltre la metà delle sue squadre sia in perdita di esercizio, negli ultimi dodici mesi. Per attuare il proprio piano, propone l'eliminazione di un caposaldo, i contratti garantiti, quelli cioè il cui importo va corrisposto anche in caso di «taglio» del giocatore, e un tetto salariale (salary cap) rigido. Ora c'è la cialtronissima luxury tax, ovvero una tassa del 100% - per ogni dollaro, un dollaro - che le squadre devono pagare in caso di sforamento del salary cap, norma che di fatto consente gli eccessi e provoca una dissennata e antisportiva corsa di molte squadre all'acquisizione di giocatori utili più perché il loro contratto scade in estate che per il loro valore tecnico. Tutto questo in ottica di risparmio, e non solo per avere spazio sotto il tetto salariale in vista della fin troppo mitizzata estate del 2010, quella in cui potrebbero liberarsi LeBron James, Dwyane Wade ed un paio di altri di minor impatto ma esagerata reputazione.

I giocatori si oppongono a qualsiasi abbassamento della percentuale di entrate a loro destinata, sostenendo - non a torto - che in molti casi sono stati i proprietari, concedendo somme di denaro assurde ad atleti di valore solo medio, a far salire i costi, ma se non ci sarà accordo la stagione 2011-12 potrebbe non disputarsi.

La Nfl, che negli Usa ha credibilità e popolarità molto maggiori della Nba, ha però problemi simili: anche se il panorama è mediamente solido, anche qui la percentuale di entrate che finisce ai giocatori (stipendio medio 2009: 2,1 milioni) è troppo alta, oltre il 60%. In assenza di un accordo, che doveva arrivare entro il 5 marzo, il 2010 è ora un anno senza tetto agli stipendi. Uno sviluppo un tempo sognato dai giocatori, ma ora da loro avversato, perché una serie di clausole e l'incertezza sul futuro possono indurre le squadre a non esporsi, anche se alcune hanno già speso alla grande (i soli Chicago Bears hanno impegnato 120 milioni in poche ore). C'è un altro risvolto: sparisce il minimo contrattuale per squadra, per cui ci può anche essere chi, in attesa di capire da che parte tirerà il vento, cercherà di spendere il meno possibile, in questo 2010. Il nuovo presidente dell'assogiocatori, DeMaurice Smith, crede che in una scala da 1 a 10 le probabilità che nel 2011 non si giochi siano 14, e in effetti i propositi della Nfl paiono bellicosi e ben progettati: due anni fa venne assunto tra i negoziatori un avvocato che alcuni anni prima aveva orchestrato il lockout della Nhl, e nell'ultimo contratto televisivo stipulato con DirectTv, un servizio satellitare, è stata inclusa una magistrale clausola che prevede un versamento alla lega di un miliardo di dollari anche in caso di mancata disputa della stagione.

Ma anche uno stop non sarebbe dannoso come il tentativo di alcuni proprietari di diminuire la quota che le 15 squadre più ricche versano alle altre 17 allo scopo di mantenere l'uguaglianza competitiva e dunque l'interesse dei tifosi di tutte. Non passerà mai, perché sarebbe l'abbattimento del principio originario per cui le leghe americane sono le strutture sportive migliori del mondo. E su questo tema, a qualcuno, anche in Inghilterra, potrebbero fischiare le orecchie.