Inzaghi parte da Alex e Menez: "Però ci manda Ancelotti..."

Il brasiliano avrà il 33 di Thiago Silva: "Dopo il secondo gol tedesco avrei ordinato ai miei di arretrare e tenere il 2-0 fino all'intervallo". Il francese: "Qui esploderò"

Filippo Inzaghi e Barbara Berlusconi alla presentazione del Milan

Nel nome del padre. Si presentano al Milan così Alex e Jeremy Menez. Il padre è Carlo Ancelotti, uno che ha scritto la storia rossonera. Li manda l'allenatore del Real Madrid, una garanzia per Filippo Inzaghi che vuole ricostruire quel “dna vincente” che fu anche del Milan di Carletto. E i due sono subito in sintonia. «Possiamo lottare per lo scudetto», assicura il difensore brasiliano. «Possiamo anche vincere il campionato», ribadisce l'ala francese. Due parametri zero anche se Adriano Galliani preferisce mutuare dal basket «free agent».

«Ho sempre voluto indossare questa maglia – rivela Alex, un passato tra Psv, Chelsea e Psg -. Sono sicuro di poter dare una mano con la mia esperienza». Soprattutto con i centimetri e i chili in una difesa che spesso ha subito sulle situazioni aeree. Brasiliano con le idee chiare: «Il 7-1 della Germania? È mancata l'esperienza. Dopo il secondo gol io avrei ordinato ai miei compagni di arretrare e tenere il 2-0 fino all'intervallo…». E poi mancava il suo amico, quel Thiago Silva che gli ha consigliato il Milan e dal quale erediterà il numero di maglia: il 33. Buona impressione gli ha fatto Inzaghi che ha anche affrontato in campo «era veloce… Se sono qui è perché lui e Ancelotti si sono parlati». L'impatto è stato straordinario perché «non avevo mai visto dei tifosi così appassionati».

Entusiasmo anche per Menez che scatta subito: «Voglio far esplodere il mio talento a San Siro» dove ha segnato un gol ai rossoneri con la Roma complice un errore del suo ex compagno al Psg, Thiago Silva. «Ho sentito subito la fiducia – spiega - e l'incontro di Ibiza con Inzaghi e Galliani è stato determinante». Si spinge a parlare di tricolore, lui che era in panchina in quel Roma-Milan 0-0 del 2011 in cui la squadra di Allegri festeggiò l'ultimo scudetto. Il nuovo numero 87 rossonero riparte da lì: «Sono maturato rispetto all'esperienza romana. Spero di ritrovare quel grande Milan».

Al quale sta lavorando Galliani. L'obiettivo è sfoltire anche la rosa che per l'ad per essere «ideale deve avere 23, massimo 25 giocatori anche perché Inzaghi la vuole ristretta». Praticamente fatto l'arrivo di Rami e ufficiale l'addio di Matri, più complicato quello di Robinho agli Orlando, la stessa squadra di Kakà, spiega Galliani «perché c'è distanza sui soldi». La cessione del brasiliano potrebbe ipotizzare l'arrivo di un esterno dove altrimenti si sarebbe anche a posto ritiene Galliani che esclude altri interventi in difesa: «Siamo a posto, anzi qualcuno potrebbe partire». Nonostante il duro comunicato della curva, al quale Galliani concede solo una precisazione: «Non sono un dipendente, ma un amministratore. Quindi non ho diritto alla buonuscita. Sul resto niente da dire». Neanche sulla contestazione al mercato dove vale sempre il principio «in linea di massima per uno che parte, uno che arriva». E che dovrà sempre avere in mente che la parola d'ordine nel Milan di Inzaghi: è lavoro. Come confermano gli altri due volti nuovi: Albertazzi e Agazzi. Del portiere Galliani ricorda il suo passato da muratore prima dell'Atalanta. Niente di meglio per un Milan da ricostruire dalle fondamenta.