Abdicare da regina L'addio di Flavia è il futuro da mamma

Dal trono di New York a signora Fognini Dall'abbraccio alla Vinci ai tweet delle rivali Serena la più dolce: «Il tuo sorriso mancherà»

Un abbraccio. Quell'abbraccio. E poi le parole, col sorriso. Quel sorriso. «Mi ritiro, siate felici per me», la fotografia di un momento storico, il flash che ferma il tempo e regala l'emozione perfetta allo sport italiano. Alla vita. Flavia Pennetta ha detto basta al momento giusto, vuole assaporare la vittoria, vuole godersi l'eternità. Ha vinto gli Us Open, e se Wimbledon è il Vaticano del tennis, New York ne è l'accademia. E allora perché continuare? «Basta, mi ritiro» è la frase più difficile da dire, in tutti campi della vita, figuriamoci nello sport, dove l'adrenalina ti tiene sempre a livelli più alti della realtà. Ed infatti Flavia ha ammesso di aver cambiato idea già un paio di volte in questi ultimi anni, soprattutto nel 2013, quando le sembrava di non poter dare più nulla alla sua passione. Ma è difficile, dannatamente difficile, «perché il tennis ti insegna sempre ad andare oltre, che realizzare i sogni impossibili è possibile. Un mese fa ho finalmente deciso: sarebbe stata l'ultima volta a New York, solo che pensavo molto prima. Infatti stavo per perdere al primo turno. Pazzesco».

È così la vita, è così lo sport: Flavia ha lasciato di stucco tutti - perfino i genitori e il fidanzato Fabio - tenendo per sè quel piccolo segreto, per uscire di scena davvero come una regina. Ma com'è stato difficile ammetterlo, prima a Roberta Vinci seduta accanto a lei e poi al mondo alla fine dell'intervista di prassi: «Devo dire ancora una cosa...». L'ha detta. Ma adesso comincia la parte più complicata, perché per un Sampras che molla dopo aver trionfato l'ultima volta a Flushing Meadows, per un Tomba che saluta dopo l'ultimo folle slalom con la cinquantesima vittoria nella coppa del mondo di sci, ci sono tanti Borg, che un giorno riprese le sue racchette di legno per finire infilzato a Montecarlo come un pivellino. Un'immagine, quell'immagine, che rovinò il quadro perfetto.

Partire è un po' morire, nello sport poi si tratta di chiudere davvero un capitolo della vita, avendo ancora davanti una vita. Flavia lascia al momento giusto, nell'istante perfetto, con i complimenti perfino di Serena Williams, che le ha subito twittato la frase più dolce: «Il tuo sorriso mi mancherà». Lascia, «perché adesso devo realizzare quello che ho fatto: quando sarò a casa con la mia famiglia, i miei amici, quando toccherò con mano l'affetto che ho sentito da lontano in questi giorni, allora sì che capirò». Lascia perché, come dice il detto, ci si alza da tavola quando non si è ancora sazi e nonostante chi ti vuole ancora trattenere. Per esempio i tuoi genitori («È stato uno choc, le faremo cambiare idea»), oppure un monumento nazionale come Josefa Idem: «La rispetto molto però non capisco: è diventata numero 8 del mondo, per me sarebbe stata la spinta per fare ancora meglio».

Ma no: lo sport non ha bisogno di nuovi Borg, di un nuovo Alì perso sul ring, di Magic Johnson senza più la bacchetta del basket. Il tennis ha Flavia, che vuole una vita meno spericolata, un matrimonio (ma questa volta a Fabio glielo dica prima) e almeno un paio di figli. Il tennis ha Flavia e quell'abbraccio con Roberta. Che dev'essere la meravigliosa parola fine.