Addio a Lloyd, cambiò colore al basket Nba

Earl Lloyd era abituato a sentirsi chiedere la luna, in senso letterale. E nessuno avrebbe immaginato che l'avrebbe poi avuta, ma in metafora. All'università, West Virginia State University, alle matricole erano assegnati compiti impossibili: Lloyd era più alto di tutti (circa 1.96) e allora i più anziani gli diedero un incarico. Assicurarsi, lui che lassù poteva arrivare comodamente, che la luna brillasse sempre, che non fosse mai opaca o oscurata, quando gli altri giocatori erano a cena con le fidanzate. Lloyd divenne così "Moonfixer", L'uomo che si prendeva cura della luna. Soprannome che si è portato appresso, senza troppi clamori, fino alla morte, arrivata ieri, a 86 anni, dopo una vecchiaia serena.

Lloyd ha fatto la storia del basket: il 31 ottobre del 1950, infatti, sera di Halloween, indossando la maglia dei Washington Capitols sul parquet dei Rochester Royals, divenne il primo giocatore afroamericano a giocare nella Nba, il campionato che oggi è il regno dei neri in assoluto con l'80,5% di giocatori di colore (il 77% afroamericani). Per questo motivo è da 12 anni nella Hall of Fame, il museo della gloria di questo sport. Una gloria postuma, come lo stesso Lloyd ha spesso raccontato: all'epoca infatti la Nba aveva una popolarità ridotta. Nei giornali dell'1 novembre la notizia comparve a malapena: uno dei due quotidiani di Rochester (stato di New York) nemmeno lo menzionò, mentre l'altro scrisse «nel secondo tempo inserito il poderoso Earl Lloyd, stella nera (nel testo originale «negro star», ndr) di West Virginia State, che ha preso gran parte dei rimbalzi».

Poche storie, molta storia, emersa appunto più col passare del tempo e la crescita di popolarità della Nba. Del resto, lo stesso Lloyd non ha mai voluto ergersi a pioniere solo per quella che chiamava una particolarità del calendario, che in quella giornata inaugurale aveva portato i Capitols a giocare prima dei Boston Celtics, per i quali sarebbe sceso sul parquet Chuck Cooper, primo afroamericano ad essere scelto nel draft, e al secondo giro di chiamate, non al nono come Lloyd. «Sono cordiale con chi mi identifica come pioniere, ma non c'è paragone tra Jackie Robinson nel baseball e me: lui era solo contro tutti». Modestia di altri tempi, che non è mai stata scambiata per arrendevolezza: fosse stato di carattere troppo morbido, Lloyd mai avrebbe potuto sopportare gli insulti in giro per l'America, dopo il suo debutto.