Agnelli lotta contro il razzismo.«Ma ci aiuti lo Stato»

Il presidente Juve con la Signora Scirea: "Non infangate il nome del capitano". Ma non vuole essere solo: "Club responsabili fino a un certo punto sui comportamenti, serve aiuto contro razzismo e discriminazione"

La curva Juve esagera, una volta con i cori antisemiti, un'altra con gli striscioni sui morti di Superga, la signora Scirea si scandalizza e minaccia di far togliere il nome del marito ad una delle curve abitate dagli ultras. E Andrea Agnelli gioca in difesa tentando qualche contropiede. Il giovin presidente della Juve ha in corpo una vena di populismo, ma non può accettare tutto. E allora argina: «Quella di Mariella Scirea è stata una reazione legittima. Il nome di suo marito è legato alla curva con i tifosi più passionali. Siamo fieri e orgogliosi di averlo. Bisogna lanciare un messaggio forte e comune, contro ogni forma di discriminazione, anche se si dà troppa risonanza a certi fenomeni marginali».

Marginali ma ormai sostanziali. Le squadre sono male armate per difendersi, le punizioni del giudice sportivo non bastano più. Questo è il Paese. Racconta: «Domenica dalla tribuna non ho sentito nulla. Rimango sorpreso da certi episodi perché negli stadi, nonostante siano presenti tecnologie avanzate, non si riescono ad individuare quelle 30/40 persone che provocano problemi. Ci può essere stato un coro sbagliato, ma appunto da parte di 30-40 persone: bisogna evitare di fare da cassa di risonanza a certi comportamenti che producono uno spirito di emulazione tra ragazzi di 25 anni, che non hanno visto l'Heysel, non sanno dov'è Superga o non hanno mai sentito parlare della Shoah».

E allora Agnelli chiede aiuto allo Stato, anche se, dentro lo stadio, ci sarebbe la chance di difendersi senza aiuti esterni. Basterebbe attivare meglio la tecnologia, usare regole più rigide. Lo Juventus stadium è di proprietà, la società potrebbe attrezzarsi meglio anche in fase di vigilanza interna. Ma Agnelli dice: «Siamo in un'epoca in cui non c'è bisogno nè dell'Uefa nè della federazione per dire no al razzismo. Chi fa sport ha un ruolo sociale, i club hanno compiti di educatori sociali perchè lo sport è salute e rispetto. Va promosso e gestito con la massima attenzione. Penso comunque che i club siano responsabili fino a un certo punto sui comportamenti di certe persone, ci vuole anche uno Stato che combatta fenomeni come il razzismo e la discriminazione». Per ora perdono tutti.