Un alberello per Pippo e Silvio carica il Milan: «Più forte della Roma»

Il presidente sfida l'azzardo di un giudizio che può ritorcersi contro pur di consolidare l'autostima e la sicurezza di un gruppo ancora in crisi d'identità

Ecco il bivio per il Milan di Pippo Inzaghi, con due belle frecce che non consentono errori: di qua, nel caso di un'impresa pronosticata al momento come molto improbabile, il rilancio clamoroso, di là, nel caso contrario, di una sconfitta insomma, il ritorno all'inferno da povero Diavolo ridotto alla mediocrità. E come davanti a ogni bivio di questo tipo, bisogna avere anche il coraggio di osare per imboccare la direzione giusta. L'ha ricordato a tutti gli esponenti in partenza per la capitale Silvio Berlusconi arrivando in elicottero a Milanello per la visita del venerdì. «È una partita fondamentale» la definizione fatta su misura per una sfida che ha fascino antico intatto e valenza straordinaria per il nuovo anno che verrà. Per incoraggiare il Milan, ha toccato un altro tasto, un attestato, pubblico e impegnativo, di grande fiducia cresciuta dopo la prestazione col Napoli definita «stupenda». «Io non cambierei mai la nostra rosa con quella della Roma»: Silvio Berlusconi ha sfidato l'azzardo di un giudizio che può ritorcersi contro pur di consolidare l'autostima e la sicurezza di un gruppo che è ancora alle prese con la propria identità ed è rimasto senza mezza difesa titolare (ancora fuori Abate e De Sciglio, in panchina Alex per qualunque emergenza) e neanche un lamento. Negli ultimi due anni, persino con Zeman in panchina, il Milan è andato incontro a rovinose cadute, con Ibra e Nesta l'ultimo successo (ottobre 2011) seguito allo 0-0 dello scudetto (maggio 2011) di Allegri. «Nemmeno il tifo dello stadio può influenzare, le tribune sono molto lontane dal terreno di gioco»: così il presidente ha provato a esorcizzare el miedo escenico dell'Olimpico, forse temuto da qualche esponente alla prima esperienza. Da carica della cavalleria il finale berlusconiano: «Dovrete essere padroni del gioco e del campo, andate con forza e determinazione perché siete più forti».

Dinanzi al bivio, segnato da grandi tensioni emotive, può ritrovarsi anche Jeremy Menez, il francese trasformato nel migliore interprete di questo nuovo Milan dall'indecifrabile spessore e dall'incerto futuro. Quando il francese ha fatto bene, è stato decisivo, quando ha fatto male sbagliando gol facili facili (a Marassi col Genoa) è diventato lui il terminale di critiche molto aspre. Da Roma l'hanno lasciato partire senza rimpianti vistosi, lo accoglieranno senza particolare animosità ma sarà lui, sempre lui, l'eversore più temibile in assenza di un bomber tradizionale da schierare (Torres recuperato, convocato e destinato alla panchina). «Mi sono preparato per bene» ha ripetuto il francese ai suoi salendo sul freccia-rossa che ieri sera ha depositato il Milan a Roma con un carico di speranze incalcolabile. A proposito di fondamentale, persino il duello a distanza col celebrato centrocampo della Roma, l'asso nella manica del riabilitato Garcia, può recitare un ruolo decisivo. Chi arretrerà in quelle zolle avrà la strada in salita. Perciò Inzaghi ha pensato per tutto il viaggio di preferire il robusto Muntari al frenetico Poli, confermando l'altra coppia ormai collaudata, Montolivo-De Jong, oltre che il sistema di gioco, paragonato all'alberello di Natale ideato da Carlo Ancelotti ed esibito, per la prima volta, proprio a Roma, contro la Roma di Capello, nel gennaio del 2004. In verità, in quel Milan, c'era un signor centravanti di nome Shevchenko e dalla mira infallibile, alle sue spalle un paio di muse, Rui Costa e Kakà, dai piedi ispiratissimi. Prima di lasciare Milanello, Silvio Berlusconi ha preso sotto braccio Stefan El Shaarawy e l'ha riempito di coccole e battute, zittendo voci di possibili scambi, smentiti anche dal fratello manager del Faraone. Inzaghi e Galliani sono decisi a recuperarne il talento e prima di arrendersi a una cessione definitiva, proveranno di tutto. Magari anche con il contributo di uno psicologo: fin qui i maggiori tormenti del giovanotto con la cresta non sono nei muscoli.