Ancelotti&Guardiola in cattedra. "Vi spieghiamo il bello del calcio"

Il tecnico del Napoli: "Gran merito è delle piccole squadre". E quello del City: "Col tiqui taka ci siamo divorati il mondo"

Trento - Da sempre oggetto di enorme curiosità da parte dei filosofi, la bellezza è ancora oggi un qualcosa di astratto, un concetto che racchiude dentro di sé numerose sfumature. «Che cos'è la bellezza?» rimane infatti una domanda a cui è complicato dare una risposta. Nel calcio, però, le cose sono un po' diverse. Bellezza e pallone sono ormai un connubio che è diventato sempre più stringente, a tal punto che a volte giocare bene sembra quasi più importante di fare gol. Ma cosa si intende quando si parla di bellezza nel calcio? Sono pochi coloro che possono rispondere a questa domanda senza cadere nel banale e tre di questi sono intervenuti ieri a Trento durante l'ultima giornata del Festival dello Sport, organizzato dalla Gazzetta dello Sport, in collaborazione con la Regione Trentino. Pep Guardiola, Carlo Ancelotti e Arrigo Sacchi: questi i tre maestri che hanno raccontato la loro rivoluzione. E se si parla di bellezza, l'ex ct azzurro ha le idee chiare: «Quando chi gioca meglio vince non è solo riconosciuto come vincitore, ma acquisisce un'autorità morale che non acquisirà mai chi vince non giocando bene». Ciò influisce su il calcio di oggi, che si sta evolvendo con un ritmo sempre maggiore. «Le cose sono cambiate rispetto a dieci anni fa - sostiene Ancelotti - È tutto molto più organizzato, più propositivo. E gran merito va dato alle piccole, che cercano di giocare e avere una propria identità, mentre una volta erano solo difesa e contropiede». Della stessa opinione Sacchi: «L'Italia ha sempre avuto una resistenza culturale al cambiamento, ma oggi, anche grazie al coraggio di certi allenatori, le cose stanno cambiando. Sono degli eroi che danno vita ad un calcio più ottimistico».

Un'accelerazione a questo processo di trasformazione l'ha portata sicuramente il Barcellona di Guardiola, che con il suo tiqui taka ha stravolto il modo di fare (e pensare) calcio: «C'era grande talento e tanti giocatori arrivavano dalla cantera, quindi interpretavano già il gioco in un certa maniera. Volevamo mangiare il mondo e l'abbiamo mangiato. Il concetto di tiqui taka non mi piace molto, sembra molto ludico, ma noi facevamo girare la palla perché sapevamo dove farla finire». Guardiola, però, non sarebbe Guardiola senza Johan Cruijff, colui che lo lanciò: «Mi ha aperto gli occhi e mi ha permesso di vedere il calcio da un altro punto di vista». Durante il talk si è inevitabilmente caduti nell'attualità, con Ancelotti che ha parlato con fiducia del suo Napoli: «Vogliamo crescere e ci sono tutte le condizioni per fare un buon lavoro, sicuramente in Italia, in Champions vedremo». Proprio quella Champions in cui il Manchester City figura tra le grandi favorite: «Ci manca una tradizione europea, non so se siamo pronti confida Pep Vedo meglio squadre con maggiore storia alle spalle, come Real, Barcellona e Juve, che con l'acquisto di Ronaldo non si nasconde più». I tre visionari hanno anche fatto una diagnosi del calcio italiano: «Al vostro calcio non manca nulla. L'Italia rimane quella che è sempre stata e non sarà una mancata qualificazione mondiale a cambiare le cose - spiega Guardiola - Io in Italia? Perché no? Se mi avessero detto anni fa che avrei allenato il Barcellona e poi il Bayern, io col tedesco E poi si mangia molto bene qua». Per Ancelotti il nostro problema è invece a livello strutturale: «I talenti ci sono, la vera differenza con l'estero è a livello ambientale: fuori ci sono stadi meravigliosi, atmosfere uniche e solo sana rivalità sportiva. Qui da noi ci si insulta ancora, siamo rimasti indietro». «Addetti ai lavori e media devono lavorare per costruire una nuova cultura» gli fa eco Sacchi. I tre hanno regalato un'ora ricca di spunti e riflessioni, durante la quale si ha avuto l'ennesima conferma della loro intelligenza: il calcio di oggi deve a loro tantissimo.