Antonio l'italiano, Rudi l'internazionale

Purtroppo gli allenatori non fanno gol. Talvolta solo autogol. E va già bene quando non rovinano i giocatori. Ma se Juve-Roma si riflettesse sul modo di essere e pensare dei due tecnici in panchina, sarebbe una gran bella partita: il retroterra di due culture calcistiche, di due modi di essere e comportarsi nello spogliatoio, l'idea di un calcio spettacolare ma equilibrato, lo specchio di una italianità spinta e di una internazionalità palpabile. Noi italiani siamo abituati a considerare l'allenatore molto più importante di quanto in effetti sia: che i giocatori facciano papere, commettano disastri o buttino gol, la colpa vien prevalentemente rifilata all'uomo solo in panchina. E così pure quando le squadre vincono: gli allenatori diventano amuleti da idolatrare anzichè modellatori di idee e capacità.

Questi due, invece, hanno già dato: ovvero hanno lasciato il segno in positivo. Conte ha rimesso in sesto la Juve fin dal primo anno della docenza, cancellando certi disastri e vincendo in Italia. Solo in Italia, d'accordo. Però si è sbarazzato con astuzia, umiltà e impegno casereccio di avversarie vanagloriose, ci ha messo quel piglio all'italiana che non sempre traspira equilibrio e senso sportivo. Ma quelli sono i difetti nostri, non tutti hanno la paciosità esteriore di Ancelotti. Conte, Mancini, Capello, tanto per citare, sono gente sanguigna, talvolta esagerata, non si negano alla grinta che accompagna la bravura. Conte è pura razza Italia, nel bello e nel brutto: ha imparato sul campo l'abc del calcio nostro, anche se in Champions deve aver dimenticato qualcosa, ha modellato la Juve e i giocatori rispettando caratteristiche e qualità. Quest'anno ha trovato la chiave per riaccendere la squadra anche nei momenti di fatica e incertezza, questa Juve sembra più forte a rigor di numeri e classifica, anche se meno prepotente.

E stasera la squadra sarà sempre uguale a se stessa,ci pote­te scommettere. Così il suo tecnico che non ha detto: Garcia è bravo oppure intelligente. Si è limitato a un: «è scaltro». Italianissimo modo per essere cortese, non di più.

In tal senso Rudi Garcia è molto più internazionale, un uomo a più ampio respiro nel modo di comportarsi e confrontarsi. Ha evitato ogni polemica, non ha acceso i fuochi secondo la traccia di quello Zeman che l’anno passato mise paglia e fuoco eppoi andò arrosto (4-1). La Roma di Zeman è sfumata presto ed ha rischiato di finire nei soliti burroni della sua storia. Garcia ha raccolto cocci dispersi in due anni di tentativi e, con un formidabile bostik, ha riassestato un credo e una credibilità. Ha proposto un bel gioco, solido anche in fase difensiva, alla faccia di francesi e francesismi calcistici, ha trovato uomini adatti, convinto Totti e De Rossi a credergli senza remore mentali. Se, a fine campionato, avrà portato la Roma ad un testa a testa con la Juve, avrà vinto il suo scudetto. A quel punto Conte se la sentirà di dire che non è solo scaltro, ma anche bravo? E stasera, comunque vada, non avranno vinto Conte o Garcia, ma Juve o Roma. Le squadre si meritano questa riaffermazione di credibilità. Partita che non vale lo scudetto, ma è da scudetto. Oggi non cambierà il futuro della Juve. La Roma, invece, capirà quanto vale. Dicono i numeri che nei secondi tempi quest’anno sono micidiali, hanno ottenuto più punti. Insieme promettono di non farci annoiare: sarà lo scudetto che potranno sventolare sempre. Poi, in primavera, chissà che non si replichi. E allora conterà la parola scudetto.