Argentina, un tango rétro per sballare il pc tedesco

Il gioco vecchio dell'albiceleste è avvitato sulla forza della difesa ma può colpire con il contropiede il calcio da playstation di Löw

Hanno tutti e tutto contro. Ed è forse questa la loro prima forza esplosiva, sorvegliata dalla presenza di un vero e proprio popolo al seguito, 100 mila gli argentini arrivati in Brasile, senza biglietti né alberghi prenotati, l'invasione di Rio è da qualche giorno il fatto di costume più seguito e recensito dai media. Dalla parte dell'Albiceleste resiste solo la tradizione calcistica: il mondiale in terra americana ha da sempre sbarrato la strada a una nazionale europea, ma si sa, nel calcio come nella vita, sono i corsi e i ricorsi storici a rischiare la smentita solenne. Hanno tutti contro, quelli dell'Argentina, nella sfida finale di un mondiale mai dominato o comandato, rimasti senza Di Maria che è stato forse più utile e decisivo di Messi per raggiungere il traguardo del Maracanà. Il pronostico innanzitutto, di addetti ai lavori e semplici osservatori, a stragrande maggioranza pende dalla parte della Germania che ha stregato il mondo con quella cavalcata cinica e trionfale sui resti del Brasile. Hanno detto e ripetuto: troppo forte per lasciarsi incantare da un pallido Messi, fin troppo organizzata come squadra per farsi incatenare da Alejandro Sabella che non ha fama di gran tattico a Buenos Aires e dintorni. Anzi, il suo agente, ha appena informato che comunque finisca domenica notte, quel signore in giacca e cravatta blù che somiglia più a un dirigente dell'ufficio tecnico-erariale che a un ct, ha già deciso di chiudere con la Seleccion. Non è un segreto per Grondona, l'anziano e potente presidente federale, non lo è nemmeno per la stampa argentina che lo ha lasciato fare, immaginando il contributo, nelle scelte più delicate, di Messi e dei suoi sodali più rappresentativi. La vicenda, invece di rappresentare una debolezza, può persino trasformarsi in una carica per lo spogliatoio di guerrieri e uomini veri.

La Germania è un esempio strepitoso di calcio moderno, capace di liquidare come superati gli schieramenti ultra-difensivi e di lucidare gli ottoni del classico 4-3-3, versione che fa diventare pazzo Pippo Inzaghi per via degli inter-scambi tra mezze ali e attaccanti esterni. L'automatismo è da play-station. L'Argentina invece è un monumento al calcio d'antan, abbastanza retrò nella concezione, tutto avvitato sulla difesa che ha eletto a proprio leader Mascherano, il vero capitano dell'Albiceleste secondo i “periodisti” e non solo. Ieri l'hombre vertical ha fatto professione di saggezza rifiutando ogni etichetta impegnativa. «Non sono rambo e nemmeno Josè de San Martin (eroe dell'indipendenza argentina, ndr), la mia non è modestia perché la falsa modestia è anche peggio dell'arroganza» la lezione impartita alla platea. In quel fortino costruito con mestiere e coraggio, hanno trovato anche un portiere capace di parare rigori e di riscattare una fama discutibile proveniente dalle perfomance in casa nostra. Anche i numeri hanno voltato la schiena all'Argentina. Da 24 anni, i figli di Maradona non riuscivano a mettere piede nella fase finale di un mondiale, hanno un conto in sospeso con la Germania (il 4 a 0 rifilato sulla schiena nel 2010 in Sud-Africa) e qualche obiettivo svantaggio da recuperare (un giorno in meno per riposare e i supplementari in più nei muscoli). Possono colpire in contropiede (dixit Aguero) ed esaltarsi con Messi che deve uscire dal bozzolo nel quale è rimasto incapsulato: qualche lampo divino, una punizione, un paio di parabole maestose dal limite e nient'altro. «Non lo abbiamo aiutato abbastanza» è stata la spiegazione di Mascherano, testimonianza di una fede e di una fiducia mai incrinata nel talento del loro eroe. Fiducia ribadita dalle parole di Diego Armando: «Sarà la serata di Leo». «Siamo una squadra, siamo un paese»: è lo slogan stampato sul pullman parcheggiato ieri davanti all'albergo dell'Argentina a Copacabana. E c'è un fondo di verità didascalica che può diventare la benzina nel motore di una squadra bruttina da vedere, stagionata in alcuni esponenti, rimasta senza Di Maria, pronta a nascondersi nella sua tana per poi saltare fuori all'improvviso e azzannare alle spalle i colossi di Germania. Il colpo in canna è solo lui, Lionel Messi. Perciò, all'improvviso, dinanzi alla marea di voti favorevole per Müller e Neuer, è lecito esprimere un parere contro-corrente. E se alla fine facesse festa proprio lui, la pulce d'Argentina?