Arpino, scrittore di football si divertiva con le pagelle

Cuore bianconero, ma non disprezzava il Torino. Mischiava la letteratura col gusto perfido di dare i voti

Il ristorante, tipicamente piemunteis, silenzioso, discreto, stava a due passi da piazza d'Armi, dalla parte opposta allo stadio Comunale, ex Benito Mussolini, oggi Grande Torino. Giovanni stava seduto a capotavola, al suo fianco Felice Andreasi, attore, pittore, comico ma non buffone, di ironia geniale. Il terzo era il sottoscritto in chiara situazione fantozziana dinanzi a quella coppia lì di fenomeni. Giovanni Arpino era passato, da alcune settimane, da La Stampa di Torino al Giornale. Un distinto avventore del ristorante si fermò al nostro tavolo e salutò, con un inchino, il maestro scrittore: «La leggo sempre, non perdo mai i suoi pezzi sulla Stampa». Arpino sollevò gli occhiali sulla fronte, come faceva di abitudine, e volle informare l'astante: «Guardi che scrivo da tempo sul Giornale di Montanelli». Il tizio si freddò, allungò il braccio per una velocissima stretta di mano «Allora, cerèa» e se la filò, sbattuto. Giovanni scoppiò in una risata, la smorfia sghemba di Andreasi completo la gag.

Tempi bellissimi. Arpino e il Giornale, come avere un libro che parla, una storia che non finisce mai. Mondiali in Spagna. Giovanni mordeva, nervosamente, il bocchino di madreperla. Le ramblas di Barcellona erano nebbia davanti ai suoi occhi. Stringeva la mandibola, così cercava di reagire alle frustate della nevralgia del trigemino. L'Italia di Bearzot andava a vincere il mondiale di Spagna, non era più azzurro tenebra, come era accaduto otto anni prima in Germania, era celeste luccicante, quello della nazionale. Giovanni amava il football, passava pomeriggi a giocare di scopa con Gianni Brera, a loro si era aggiunto Mario Soldati, inviato de Il Corriere. Soldati, ammantellato con un tabarro scuro, fumava un sigaro la cui brace, lentamente, inesorabilmente cadendo sulle sue braghe, provocava prima l'urlo, quindi la bestemmia e, insieme, le madonne di Brera e il ghigno di Giovanni. Erano monumenti davanti ai quali il silenzio era l'unica forma di prudenza, oltre che di rispetto timoroso.

Arpino aveva cuore bianconero ma non per questo provava disprezzo e odio per la banda granata. Anzi. Mai lo vidi dettare un pezzo a braccio, come mille altri di noi, per fretta, superficialità, anche esibizionismo, come strilloni ambulanti di pentole, penne stilografiche e calci d'angolo. Giovanni scriveva tutto in minuti niente, senza una sola correzione a penna (verde) come usava fare, invece, Brera, le cui pagine dattiloscritte si portavano appresso il profumo del toscano e del Johnny Walker. Arpino scoprì il gusto perfido delle pagelle, erano il suo territorio stretto ma pieno di roba fresca e bella, mai offensiva. Ci fu un tempo in cui, sulle pagine de La Stampa, apparvero in contemporanea, La Vita di Gigi Riva e le pagelle delle partite di Juve, Toro o Milan o Inter. Avresti pensato che la prima, dedicata all'eroe di Leggiuno, sarebbe stata opera di Giovanni, una agiografia del più grande calciatore italiano, mentre le note di gioco sarebbero state affidate al cronista suiveur, Bruno Bernardi. Sbagliato. Arpino aveva voglia di trastullarsi, facendo però sul serio, dunque si occupava di dare i voti, mentre a Bernardi venne affidato il racconto di Rombo di Tuono.

Con Brera fu prima amore, poi odio, sodali e nemici, zitelle inacidite. Giovanni mi confessò di non stimarlo più come uomo, ne apprezzava l'imprevedibile stile di scrittura che qualcuno definì gaddiano, provocando orticarie e affini al Gioanbrerafucarlo, ma non aveva più alcuna considerazione di altro. Furono storie piccole di figure maestose, del giornalismo e della letteratura nostra. Il passo di Arpino, quando arrivava in redazione, era austero, guardavo la sua ombra che si allungava sul muro di biacca nel corridoio, immaginavo che apparisse Marlowe, interpretato da Robert Mitchum al quale Giovanni assomigliava assai. Era il mio detective personale, nella scelta dei libri e delle storie di tutti i giorni.

Il giorno in cui Silvio Berlusconi comprò la maggioranza delle azioni del Giornale e ci liquidò dei titoli in nostro possesso, radunandoci tutti e consegnandoci un assegno, Giovanni stava appoggiato al muro di un salone, nella grigia galleria di via Negri. Mi puntò con i suoi occhi e, come una fucilata, disse: «Tzés n bastard, a't vegne mai a truvéme». Non ero andato a trovarlo, era vero, perché sapevo del male e, vigliaccamente, non volevo, non potevo vedere il mio maestro e compagno, di sogni e parole, soffrire, smarrire la sua voce, graffiata, ferita, infine spenta. L'ultima volta, fu quasi un rantolo al telefono. La vita o è stile o è errore. L'errore lo portò via.

(1. Continua)