"Aru, un Tour a due facce. Una distrazione di troppo però il futuro è tutto suo"

Intervista a Ennio Doris sul Tour de France 2017: "C'è stato un Fabio prima della maglia gialla e un altro dopo. Come l'ha persa non mi è piaciuto"

Marsiglia - La sua voce è calda, rassicurante: adatta al racconto. E Ennio Doris ama la narrazione, soprattutto cose di ciclismo, sport che conosce profondamente e ama da sempre. Adora parlare di ciclismo con la competenza di chi ha assistito e guardato con attenzione numerose corse, e facendolo non manca mai di fare collegamenti acuti, tra una corsa di oggi e un campione di ieri.

Veloce con il pensiero, abile nel ricostruire storie ed episodi, Doris è sì un banchiere di successo, ma è soprattutto un uomo che non si sottrae mai se c'è da parlare di due ruote, in particolare di Tour de France, la corsa delle corse: il mito.

Presidente, le è piaciuta questa ultima Grande Boucle?

«Un po' noiosetta, ma mi è piaciuta. Dicono che nel calcio il risultato perfetto sia lo 0-0: se è combattuto, aggiungo io. Se ci sono state occasioni da rete da una parte e dall'altra e magari anche qualche palo o traversa, allora ci può stare. Questo Tour, invece, è stato molto veloce (quasi 41 la media finale, ndr), ma anche avaro di emozioni. Troppo controllata da una squadra super, il team Sky di Chris Froome, che per evitare scatti e accelerazioni improvvise, ha pensato bene di imporre tutti i santi giorni un ritmo infernale, per mortificare le velleità di chiunque avesse in testa propositi bellicosi. Ne è venuta fuori una corsa monocorde e sorda, senza squilli di tromba».

Però noi italiani, fino ad un certo punto ci siamo anche divertiti.

«Io molto e, francamente, alla fine giudico la corsa di Fabio Aru nel suo complesso molto buona. Era al secondo Tour de France. Un anno fa è arrivato 13°, quest'anno quinto, ha vinto una tappa bellissima alla Plance des Belles Filles, ha vestito la maglia gialla per due giorni: insomma, è stato protagonista ed è entrato a tutti gli effetti tra i grandi cacciatori di Grandi Giri. Il futuro è dalla sua parte».

Poi però ha perso la maglia gialla in un modo un po' strano.

«Esattamente. Io da tifoso italiano divido la corsa di Aru in due: prima e dopo la maglia gialla. Fino al giorno in cui la veste sul traguardo di Peyragudes è impeccabile: lucido, cattivo e reattivo. Un grande corridore. Il giorno dopo, a Foix, in verità si difende da leone, rispondendo in prima persona a numerosi attacchi. Poi, dopo solo 24 ore, sulla via per Rodez, assistiamo ad un Fabio completamente diverso. Apatico, distratto, tanto è vero che nel tratto finale lungo una discesa e prima dello strappo finale, perde contatto dai primi: quel che è peggio è che perde la maglia gialla. Fine della favola bella. Ancora non ho capito cosa possa essergli successo. Probabile che la bronchite avesse già fatto capolino nei suoi bronchi, ma se devo essere sincero in quel finale c'è più disattenzione che mancanza di fiato. Lì proprio non mi è piaciuto».

Ma si è difeso come un leone.

«Verissimo, ma questo lo sappiamo. Ormai conosciamo Fabio e l'abbiamo visto all'opera più volte: è uno che non molla mai, anche quando non è al cento per cento. Insomma, diciamo che io considero il suo Tour più che sufficiente, ma il mio giudizio è sospeso».

Froome le è piaciuto?

«Uno che vince quattro Tour è chiaramente un campione. Non si vincono certe corse per fortuna, men che meno il Tour. Quest'anno, però, ha convinto meno e mi è parso più vulnerabile. Per questo se io fossi nei suoi avversari, non sarei tanto soddisfatto: hanno perso una grande occasione. Poi il fatto di aver perso gente come Richie Porte, Fulgsang, Majka e Thomas o l'aver avuto un Nairo Quintana a metà servizio, e un Contador che non è più lui, ha tolto molto allo spettacolo».

Per non parlare di Valverde e Sagan?

«Sarebbero stati due guastatori eccezionali. L'espulsione di Sagan, però, è stata una grandissima ingiustizia. In quell'occasione la giuria ha preso un grosso abbaglio».

La sorpresa?

«Sicuramente Rigoberto Uran, lui il suo Tour l'ha vinto, senza squadra».

A proposito di squadra: molti osservatori hanno sostenuto che anche Aru sia stato penalizzato da una squadra troppo debole...

«Io non lo penso. Se hai la squadra attacchi o controlli come ha fatto Froome. Se non ce l'hai, ma hai le gambe, corri come ha corso Fabio fino a metà Tour, o come ha fatto fino alla fine Rigoberto Uran».

Il corridore che più le è piaciuto?

«Warren Barguil, questo ragazzo bretone che viene dalle terre di Louison Bobet e Bernard Hinault è stato davvero eccezionale. Ha vinto due tappe, ha portato a Parigi la maglia a pois di miglior scalatore, ha vinto su una delle vette più suggestive del ciclismo mondiale, l'Izoard: insomma, ha regalato qualche bella emozione».

L'Izoard, la Casse Déserte, le sue guglie, quel paesaggio lunare...

«C'è magia su quella montagna, e lì corridori come Coppi, Bartali e Bobet hanno davvero scritto pagine di sport indelebili, autentiche fiabe. Nel '49 i nostri Coppi e Bartali hanno fatto qualcosa di unico. È il 18 luglio, si corre la Cannes- Briançon, i due riprendono Koblet ai piedi della montagna che si fa deserto, lo svizzero sta cambiando da solo il copertone, lo lasciano lì, e attaccano insieme sull'Izoard: vince Bartali, nel giorno del suo trentacinquesimo compleanno, Fausto è con lui, alle sue spalle. Poi sarà Coppi, il giorno dopo ad Aosta, a fare il capolavoro. E farà sua la Grande Boucle. Sarà il primo corridore della storia a vincere nello stesso anno Giro e Tour. Buzzati scrive in quei giorni cose memorabili, Fausto diventa un superlativo: Campionissimo».

Racconta con passione Doris, entra nei dettagli, rivede con gli occhi socchiusi quell'omino con le ruote contro l'Izoard che va su. Il suo racconto è tra cronaca storia e leggenda. La sua voce mi evoca le fiabe di un tempo andato. Lo ascolto. In silenzio.