Ayrton Senna e le scuse fatte a nome di un intero Paese

Sergio accosta il taxi, mi osserva con occhi grandi e scuri e poi in porto-inglese dice: «Mi scuso a nome del Brasile». Dall'inizio dei Giochi è trascorsa solo una manciata di giorni. Siamo ancora nel pieno del caos. Navette di collegamento che non collegano. Taxi che non caricano e, quel che è peggio, non scaricano. Volontari senza volontà. Aiutanti che non aiutano. Mappe senza indicazioni. App che non appano. Sergio ha avuto pietà perché la navetta non c'era e i taxi non caricavano e intanto si era fatta notte. È successo all'incrocio tra Avenida Nossa Senhora de Copacabana e Rua Barão de Ipanema dove c'era lo stop dei bus ma non i bus diretti 30 km più a ovest, al parco olimpico. Sergio ha avuto pietà perché nessun tassista aveva intenzione di scarrozzare gente fin laggiù visto che le autorità non avevano dato i pass e 30 km si percorrevano in due ore. Per convincere Sergio ho dovuto usare un altro pass. Gli ho detto che assomigliava ad Ayrton Senna. Ha sorriso e aperto la portiera. Durante il viaggio ha spiegato che loro, le olimpiadi, non le volevano perché non si sentivano pronti e, «noi ci teniamo sempre a far bella figura, invece così...». Dopo 24 giorni a Rio ho pensato che Sergio avesse esagerato. In fondo non c'era stato quel gran caos. Poi, tornato a casa, ho capito perché: era il Brasile ad aver cambiato me. Perché ora il caos mi manca. BCLuc