Baby Turati, il portierino che "non era da Serie A"

Fortunato è quel calcio che può ancora raccontare storie come quelle di Stefano Turati, cognome impegnativo, 18 anni, portiere della primavera del Sassuolo, scaraventato sull'erba dello Stadium di Torino per l'indisponibilità di Consigli e del suo vice, bloccati da infortunio. Con quel ciuffo da liceale, si è presentato dinanzi al mito di Buffon con le gambe che gli facevano giacomo giacomo. Eppure quando è venuto il momento di volare sulla palla avvelenata di CR7, il ragazzo ha dimenticato emozione e batticuore, per dimostrarsi il prototipo del portiere del futuro. «Stefano è un po' pazzo» la definizione di De Zerbi, segno che appartiene al repertorio classico del classico. Prima di lui era capitato a qualche suo illustre coetaneo diventato un divo nel frattempo. Walter Zenga, fuggito al mare con Marina Perzy durante la sosta di campionato, si perse la convocazione in azzurro di Bearzot: all'epoca non c'erano telefonini per rintracciarlo al volo e lui recuperò qualche anno dopo, con Vicini ct. A Donnarumma andò più o meno come a Stefano Turati. Solo che ci fu bisogno della lucida follia di Mihajlovic e del consiglio di un vecchio del mestiere, Abbiati, per lanciare a sorpresa Gigio in porta a 17 anni e mezzo, contro il Sassuolo (corsi e ricorsi storici) e da allora è diventato l'erede conclamato di Buffon. Fortunato è quel calcio ma anche il Sassuolo che ha saputo avere occhi là dove c'era bisogno di un osservatore competente, a Renate, Lombardia, per scoprire il talento grezzo di questo ragazzo che il settore giovanile dell'Inter aveva liquidato con un giudizio frettoloso. «Non è da serie A» dissero. Per 50mila euro, Palmieri, responsabile del Sassuolo, lo reclutò trascinandolo nel collegio Mapei e obbligandolo a continuare gli studi. A Torino, alla sua età, ha mostrato una sensibilità che nessun ragazzo nelle sue condizioni avrebbe forse avuto. Ha conservato la maglia del primo tempo, l'altra l'ha regalata a un tifoso che da tempo gliela richiedeva. Si è concesso un solo lusso, dopo aver dedicato alla mamma la prima telefonata da Torino. «Non so se andrò a scuola» ha detto. Forse c'è del bello in questa generazione che sta crescendo dietro un calcio che ha riguadagnato l'onore con Euro 2020 e che, parole di Mancini, è sempre pronto «ad aspettare che spunti uno Schillaci». Oppure un altro Donnarumma.