Barça-Bayern, che rivincite. Guardiola contro il passato

Pep sfida l'ex compagno Luis Enrique e la squadra che ha consacrato il suo tiki-taka. Ma ha gli uomini contati

Sarebbe come se Ancelotti e Albertini, allenatori, si giocassero un posto per la finale di Champions. Prima colleghi e poi rivali. Così accade tra il 4 e il 21 del Barcellona che fu, i numeri delle maglie di Pep Guardiola e Luis Enrique. Fuori uno, non ci sono soluzioni alternative, Barcellona-Bayern è la partita dell'anno, del secolo per i soliti fantacalciofili, di sicuro una sfida dentro la sfida. Pep Guardiola torna nel suo paradiso, lo aspettano vedove e nostalgici ma l'asturiano Luis Enrique se ne infischia e dice di non avere paura di nulla, né miedo della muerte , né, tampoco , della squadra tedesca. Hanno lo stesso dna, prima di sedersi sulla panchina più importante hanno provato esperienze nelle giovanili del club, hanno strategie appena diverse, Luis Enrique applica spesso una zona mista, con cambi di controllo sull'avversario, Guardiola è docente di zona totale, è docente di calcio normale e, per alcuni perfidi cronisti spagnoli, è uno che "orina colonia", insomma qualunque cosa faccia profuma. Conteranno le panchine? Secondo Messi soltanto prima che l'arbitro fischi l'inizio del gioco. Poi saranno gli attori e non gli sceneggiatori a dare sentenze.

Vengono alla mente dei catalani, le due partite di semifinale del 2013, finì 7 a 0 a favore dei bavaresi, agevolati dall'arbitro nella prima di Monaco e poi maramaldi anche al Nou Camp (4-0, 0-3). Impossibile dimenticare e voglia tanta di rimediare con la vendetta quasi immediata. Parole facili a dire e scrivere, poi c'è il campo, poi ci sono i guai fisici di molti del Bayern, poi c'è quel trio pazzesco del Barcellona perché se controlli Luis Suarez scappa Neymar e se blocchi il brasiliano ecco che Messi si propone come mattatore. C'è il meglio del meglio, c'è una fetta grande dell'ultima storia del calcio euromondiale, ci sono milionari i campo e in sede, due club forti, il Bayern solidissimo, il Barcellona con alcune pendenze di bilancio e ombre che hanno portato la Fifa a bloccarne la campagna acquisti. Ma comunque è sempre il Barcellona " mes que un club ", sono sempre i blaugrana, non più drogati di tikitaka ma più pratici a sfruttare il potenziale mondiale degli attaccanti, evitando la forma e puntando alla sostanza, con l'ultimo contrattempo dell'infortunio di Mathieu.

Di contro il Bayern ha appreso l'arte del "gioco corto" (qualcuno, ogni tanto, dovrebbe ricordare Corrado Viciani) e il pubblico di Monaco prima mormorava, abituato ai panzer, poi si è addolcito e infine esaltato. Ma oggi il Bayern paga dazio perché non si possono facilmente regalare Robben o Ribery o Schweinsteiger anche se le cosiddette alternative sono bastate per stravincere in anticipo la Bundesliga. Ai guai si è aggiunta la frattura di narice e mandibola di Lewandoski che giocherà con una maschera protettiva e già viene presentato come " el zorro ". C'è poi la sfida personale di Xabi Alonso che con il Real Madrid ha vissuto mille battaglie sul campo catalano.

Tre ore di football per conoscere una mezza verità, perché entrambe meriterebbero la coppa, entrambe sono oggetti di desiderio per chi ama davvero il calcio, oltre la tattica, oltre gli schemi alla lavagna ma per la qualità degli interpreti e il fascino della storia dei due club. Il Bayern vuole giocare le due ultime partite nel proprio paese, intendo Monaco prima e Berlino dopo. Troppo facile e troppo comodo se non ci fosse di mezzo il Barcellona. Bookmakers molto "casalinghi", la vittoria dei tedeschi viene data a 5. Può saltare il banco.