Il "benefit" a 5 cerchi L'oro, svago da sballo

Voglia di medaglie non per dimenticare crisi e spread. Ma vincere serve per godere dopo un anno di soli guai

nostro inviato a Londra

L'Olimpiade ci serve. È il benefit che ci dobbiamo godere dopo un anno di guai. Un'arma di distrazione di massa, l'hanno definita. Bene così, giusto così. Ci saranno i detrattori, sì. Ci saranno quelli che diranno: è immorale rilassarsi adesso. Aspettano le medaglie, anche loro. Perché, tanto succede: alla prima vittoria le Olimpiadi cominceranno a scaldare i cuori. Quante volte è successo? Partiamo scettici, poi ci esaltiamo. In questo calcio e Olimpiadi sono identici: creano lo stesso effetto a due velocità. Freddezza all'inizio, calore quando si fa sul serio. Lo sport ci scalda la vita: per quanto ci si sforzi di detestarlo per le sue follie, alla fine vince lui. Regala emozioni che cambiano le nostre giornate. Chi ha provato a fermare la forza dirompente dello sport ne è uscito male. Le Olimpiadi si cavalcano. Anche queste, anche ora. Uno si chiede: che cosa serve all'Italia dei Giochi? Vincere, banalmente. L'altro giorno il nostro arciere Marco Galiazzo ha sintetizzato felicemente la più grande verità: «Non fidatevi di quelli che parlano di spirito olimpico. È il modo che hanno i perdenti di giustificare la sconfitta». Già. Vincere, è la risposta. Vincere, esultare, fare il giro dello stadio olimpico o di un palasport o di una piscina con il tricolore in mano. La retorica più banale nello sport è un bazooka caricato.

L'Italia del 2012 si aspetta da Londra di trovare la sua storia dell'estate. Quella che può arrivare dalle Olimpiadi. Può essere un volto famoso e conosciuto: Valentina Vezzali o Federica Pellegrini. Oppure può essere un bancario della provincia profonda che sa sparare come un pistolero del Far West. Preciso e magari con la pancia. Uno di noi, uno qualunque che ci racconti la sua incredibile storia di sportivo nell'ombra. Ce ne è sempre uno: uomo o donna, spesso è quello che ti regala la vittoria più inaspettata, ma può essere anche l'ex grande poi decaduto che ridiventa grande. Lo aspettiamo. E quello sarà il momento. Ci sarà il consueto ritornello: ecco gli atleti veri, mica come quei viziati dei calciatori, miliardari corrotti, sanguisughe delle nostre passioni. Va bene anche questo, stavolta: sentire che non dovremmo dimenticare questi ragazzi sapendo che comunque vada molti di loro li dimenticheremo lo stesso. Serve tutto all'Italia. E soprattutto servono le medaglie: quante è irrilevante. Quella è roba da addetti ai lavori, da tecnici, da fanatici.

Alla gente comune, quella che adesso ti dice che non guarderà i Giochi, ma poi non farà altro, l'empatia, l'emotività, la forza trainante dello sport in genere e delle Olimpiadi in particolare. Non è questione di dimenticare lo spread, la crisi, la Borsa e la maledizione di agosto che incombe su di noi. Si tratta di entrare in un evento e spolparlo. Alla nostra maniera: non da cannibali affamati come gli americani o i cinesi. Da paperini vincenti: quelli che partono sempre un po' sfigati e poi se la cavano. L'immagine del Paese, insomma. Piaccia o non piaccia. Le Olimpiadi sono la faccia giocosa del mondo. L'Italia vuole partecipare al gioco, con una smorfia di felicità. Non abbiamo bisogno di dimenticare, ma di svagarci. La differenza è molto più che lessicale. Lo sport non cambia la vita di nessuno, spesso neanche degli atleti, che partono alla fine dei Giochi convinti che il loro futuro sarà pieno di fama e soldi. Non succede, ma non è un buon motivo per non sperare di vincere. Con le Olimpiadi non diventa ricco nessuno, né cambia il destino di un Paese. Ma se ci regalano qualche gioia non c'è nulla di male. Anzi.