«In bianconero per vincere in Europa»

Torino. Essendo specialista nel sapere gestire anche giocatori che hanno la fama di rompiscatole, la Juventus affiderà il proprio attacco a Mario Mandzukic. Croato con lo sguardo vispo e comunque poca voglia di rivelarsi e/o di esporsi: «Quali sono le mie caratteristiche? Non mi piace parlare di me. Gli arbitri italiani? Non mi va di commentare il lavoro degli altri. Promesse di gol? Non me la sento. Cosa penso del campionato italiano? Ne parleremo tra qualche mese. Quanti tatuaggi ho? Argomento irrilevante».

Parlerà sul campo, ecco. Dove comunque vanta una più che discreta carriera avendo collezionato la bellezza di 18 trofei. E quando nel 2013 la Juve raggiunse i quarti di Champions contro il Bayern Monaco, lui c'era e non si limitò solo a segnare, facendo letteralmente ammattire Bonucci e compagnia. Già all'epoca si era parlato di un possibile arrivo a Torino: non se ne fece nulla, ma alla fine certe strade sono destinate a incrociarsi e allora eccolo. Il bianconero era più o meno nel suo destino: la maglia del Marsonia, squadra di serie B croata dove ha giocato, era simile a quella della Juve e pure lì Mandukic aveva scelto il numero 17, lo stesso che indosserà nei prossimi mesi. A Trezeguet ha portato fortuna, a lui chissà. Arriva a Torino sapendo di dovere fare dimenticare Tevez («lui è stato un grande, ma ognuno si costruisce la propria carriera da sé: vedremo come andrà la mia») ma anche con numeri più che interessanti: in Bundesliga, Mandzukic ha messo insieme 53 gol con una media di uno ogni 150 minuti. E nella Liga, tenendo casa a Madrid sponda Atletico, si è sostanzialmente confermato (uno ogni 162): «Da anni nutro simpatia per la Juve - ha detto ieri -. Buffon poi è sempre stato il mio idolo: ne abbiamo parlato ogni tanto, anche in occasione della partita di giugno tra nazionali». La cronaca dice che contro SuperGigi la mira non gli faceva difetto (tre reti), il che può anche essere interpretato come un altro segnale propizio. Semmai, andrà valutato il feeling che si instaurerà con Allegri. Quello, tutto sommato, è uno dei rischi maggiori che la Signora rischia di correre: a Guardiola, per esempio, Mandzukic non le aveva mandate a dire dopo essersi trasferito a Madrid («con lui non prenderei neanche un caffè»), e pure con Simeone pare che i rapporti si siano presto incrinati. Dettagli, forse: se pure Tevez è diventato un agnellino sotto la Mole, perché non dovrebbe riuscirci anche questo ragazzone di quasi 190 cm? Si vedrà. «Darò tutto, perché sono fatto così. La Juve è abituata a vincere e io la aiuterò a continuare. La Champions? Ho visto la finale contro il Barcellona ed è mancata la fortuna per portarla a casa. A volte, però, perdere una finale può essere un buon inizio per la stagione successiva». Sfida lanciata, da provare a vincere magari avendo al fianco il suo ex compagno di squadra Mario Goetze: «Può giocare ovunque e con chiunque, ma non so nulla di quel che succederà». Bugia o no, non resta che attendere. Certo, la Juve si è portata a casa un duro.