Del Bosque, il Vicente tutto calcio e famiglia. Ha vinto più di tutti, ma nessuno ne parla

È l'unico tecnico ad aver conquistato coppa Campioni, Mondiale ed Europeo

Latte in polvere e morso di formaggio. L'infanzia del marchese era questa, un giorno come un altro. Prima del pallone c'era una bicicletta che suo padre ferroviere gli regalò e per Vicente fu come partire pedalando verso il mondo. Vicente Del Bosque, laureato e marchese non di censo ma di titolo nobiliare, uomo niente affatto verticale ma assolutamente normale, non certo ordinario. Vicente e Vincente, unico nel circo calcistico ad avere il salotto con l'argenteria migliore, coppa del mondo, coppa d'Europa e coppa dei campioni, chi altro? Eppure non ne senti uno che parli e scriva di delbosquismo perché Vicente parla con i suoi silenzi. Quando Vujadin Boskov illustrava i suoi all'epoca del Real Madrid, arrivato al cognome Del Bosque, chiudeva ancora di più le asole dei suoi occhi furbastri e sentenziava: «Del Bosque? Tecnica y tecnica y tecnica», confortando il sostantivo con un movimento lento della mano, era questo il ritmo del centrocampista delle merengues. La tecnica sembra in via di estinzione un po' dovunque ma non nel calcio di Spagna là dove gli artisti, i toreri prediligono i movimenti di gamba e di cervello alla corsa frenetica e ossessiva. Ecco perché la nazionale è tornata a essere una cosa seria, dopo le verguenze del mondiale brasilero, quando fu il Cile a spedire a casa le presuntuose furie rosse. Oggi la Spagna non è la stessa, è stata mazzolata di tecnica y tecnica dalla Croazia ma ha un attaccante di nuovo vero, Alvaro Morata è la volpe d'area, astuto e preciso, meno civettuolo di Torres e più elegante di Diego Costa, ormai alla memoria.

Del Bosque si porta appresso una vita normalissima, tutto calcio e famiglia, il dolore per Alvaro, il figlio affetto dalla sindrome down, è stato esaltato dall'affetto, dall'amore che al figlio stesso, gran tifoso di football, è garantito ogni giorno e poi ci sono quei ricordi di infanzia e adolescenza, giornate a parlare sottovoce perché la Spagna era del generalissimo e la famiglia di Vicente stava dalla parte opposta al punto che suo padre passò giorni e settimane in galera per avere osato pensare diversamente. A scuola non era il primo della classe, cosa che invece gli è accaduto sui banchi di pallone, la matematica gli restava in gola e nella penna, i suoi maestri, don Ramon, don Angel, don Caledonio, don Juan sono fotografie ancora presenti: «Non riuscivo a pronunciare perfettamente ob-jeto e partiva il castigo».

Oggi pronuncia benissimo i cognomi dei suoi, gli basta riflettere invece di urlare, non fa il ruffiano con la stampa, è uomo di assoluta quiete ma non per questo un sempliciotto, un oligofrenico, uno che si lasci mettere addosso parole e piedi. No, le idee sono quelle dei tempi che furono, quando per oltre quattrocento volte indossò la camiseta del Real Madrid. Gli tocca l'Italia e la cosa non gli piace, come la matematica.