Brabham, il mio amico leale Grande come Enzo Ferrari

di Enrico Benzing

Il dolore è per tutti molto grande, ma per me, quasi coetaneo, con un magnifico rapporto di amicizia e di stima, nella fantastica proiezione della F1 degli anni '50 e '60, aggiunge commozione a commozione, come ognuno potrà ben comprendere. E non me la sento di stilare un necrologio secondo tradizione. Posso solo richiamare qualche ricordo, come se fosse sempre qui tra noi e come ho fatto qualche anno fa, al suo ottantesimo compleanno, raccontando di quando si era presentato al "via" di Brands Hatch con una lunga barba che gli usciva dal casco, per rispondere con "humor" a tutti quelli che lo chiamavano "Old Jack" - un po' si seccava! - perché correva e vinceva a più di 40 anni, esattamente fino a 44. Con una finalità unica: ricordare che, oltre al campione che sappiamo, era un uomo di grandissima lealtà e modestia, appassionato fino al midollo, tecnico coraggioso e stracarico di umanità. E con quanta serietà, fino all'ultimo, quando gli chiedevano di vendere il marchio, come avvenuto con la Fintalotus. Ci tengo, perciò, a sottolineare gli aspetti più significativi. Anzitutto che lo chiamavano "Blackjack", non come anima nera delle piste, ma solo perché era un lottatore caparbio e irriducibile. Lo chiamavano così perfino i suoi amici più sinceri e affezionati, dal mitico Ron Tauranac, che lo ha affiancato nella progettazione e nella costruzione di tutte le sue monoposto, al decano dei giornalisti britannici di F1, Alan Brinton, che era anche la "voce" di Brands Hatch. Soprattutto i giovani che oggi calcano le piste devono sapere che uomo era. Ora che i piloti comunicano a mezzo addette-stampa e che i costruttori (lui, come pilota-costruttore, deve essere paragonato a Enzo Ferrari, a Vincenzo Lancia o ad Alfieri Maserati) sono carichi di segreti e di depistaggi. Pensate che i giovani, vedendo le mie foto in Internet, mi chiedono: «Ma voi parlavate e fraternizzavate veramente così, con quei personaggi?». Il mondo è cambiato; però, già allora si cominciava con i segreti. E una volta, a Spa, quando gli dissi che Tauranac non mi aveva voluto dire l'alesaggio del suo V8, mi sorrise candidamente e lo gridò a piena voce, lui che non dimenticava mai una cifra e che sapeva mantenere attivi ben 23 parametri di sospensioni. Non solo, ma fece chiamare subito il suo amico e progettista, intimandogli di non fare mai più cose simili. Questo era Blackjack. Leale anche con gli avversari. Come quando, dopo un memorabile duello con una Lotus, sembrava che si chiedesse la squalifica. I commissari tecnici andavano per le lunghe e lui se ne andò, dicendomi: «Se Colin (Chapman) con tutte le sue chiacchiere e la sua scienza non si farà assolvere, gli dovrò togliere il saluto». Non ce ne fu bisogno e lui restò sempre quel combattente leale e aperto che l'intera storia della Formula 1 vanta.