C'è una Pulce svizzera che mette paura a Messi

James Rodriguez chiama, Messi deve rispondere. Il talento colombiano, l'unico giocatore assieme alla Pulce ad aver segnato in tutte le gare del Mondiale, è stato il mattatore assoluto dell'ottavo contro l'Uruguay. Adesso tocca a Messi, il giocatore più atteso dopo due mondiali da comprimario. Il ct argentino Sabella gli ha dato - se possibile - ancora più libertà in campo rispetto ai suoi predecessori, e Messi lo ha finora ripagato trasformando in vincente un'Argentina poco convincente, che ha faticato molto a piegare Bosnia e Iran e ha vinto di misura con la Nigeria incassando due reti.
Sulla strada dell'Albiceleste e del suo fuoriclasse oggi c'è la Svizzera di uno dei suoi tanti epigoni, Xherdan Shaqiri, definito senza troppa fantasia il Messi kosovaro (e a commentare i due debutterà su Sky Mondiale come telecronista un n.10 ex campione del mondo: Alessandro Del Piero). In realtà i due non si assomigliano molto, a partire dal fisico, muscolosissimo e taurino quello dello svizzero, più light e leggiadro quello di Messi. Ma una paio di cose in comune i due ce l'hanno. Primo: quando si accendono, fanno sempre danni (agli avversari) e in pochi secondi cambiano la partita. Secondo: sono di gran lunga i giocatori più apprezzati nei rispettivi paesi. In Svizzera tra i bambini regna la "Shaqirimania", perché in lui si riconoscono, si esaltano di fronte ai suoi dribbling e apprezzano il suo atteggiamento positivo, guascone nella maniera giusta, quasi fosse una sorta di Peter Pan nel calcio dei grandi (inteso come big ma anche come altezza, visto che lui non arriva al metro e 70) di oggi.
Lo status e il rispetto di cui gode Shaqiri all'interno della Confederazione elvetica travalica i confini sportivi. Lui, nato nel 1991 a Gnjilane, città all'epoca jugoslava e oggi nel territorio del Kosovo, emigrato in Svizzera all'età di un anno, è il simbolo dei "secondos", ovvero gli svizzeri di seconda generazione. Tutte le selezioni elvetiche ne sono piene, ma basta leggere qualche nome presente in Brasile per comprendere le dimensioni del fenomeno: ci sono spagnoli (Senderos, Rodriguez), capoverdiani (Fernandes), turchi (Inler), albanesi, macedoni e kosovari (Drmic, Mehmedi, Behrami, Xhaka, Dzemaili, Seferovic, Gavranovic). Giocatori attraverso i quali si è instaurato un processo di contaminazione tra la cultura calcistica elvetica ed elementi "alieni" ad essa, cambiando dinamiche e prospettive della nazionale, diventata una sorta di piccola Germania. Un abisso sempre più grande è destinato a separare la Svizzera anni '80-90 di Hermann, Sutter e Chapuisat da quella di Shaqiri e compagni.
Attenzione quindi a non sottovalutarla, questa Svizzera, nonostante la cinquina incassata nella fase a gironi dalla Francia. Hitzfeld si è presentato ai Mondiali forte della miglior media-punti (1,79 in 53 incontri) mai ottenuta da un tecnico della Nati, e sotto la sua gestione sono arrivati anche successi contro Brasile e Germania. Certo, erano amichevoli, ma il segnale è chiaro: la Svizzera c'è. E in Brasile ha dimostrato di esserci soprattutto il suo giocatore più amato e atteso, che ha abbattuto con una tripletta l'Honduras spazzando via dubbi e paure. Shaqiri può far male partendo da destra, in collaborazione con un esterno basso dalle chiare propensioni offensive come lo juventino Lichtsteiner (ma Xherdan, che ha iniziato nel Basilea come terzino, sa cosa significhi coprire), oppure in una posizione più centrale, come provato da Hitzfeld nell'ultima partita. Un ruolo alla Messi per battere Messi.