C'è la Serbia dei miracoli nella finale dell'impossibile

Il «milanese» Djordjevic guida un gruppo di grandi talenti Un Paese da 8 milioni di abitanti cerca l'oro con 3 squadre

Oscar Eleni

Oggi, quando la Serbia del basket affronterà nella finale olimpica gli Stati Uniti del tutto e di più, ci sarà una processione di vecchi cestisti alla fortezza della battaglia di Belgrado, nel verde di Kelemegdan, dove è nata la grande scuola europea di questo sport, dove c'erano i campi all'aperto delle società che ancora adesso fanno la storia.

Un giorno capitò anche a noi di camminare sui prati che portano alla confluenza fra Sava e Danubio. Il cicerone era Boscia Tanjevic, che preparava il nostro oro europeo a Parigi nel 1999. Ci parlava del genio Korac, di Stankovic capo del basket mondiale per tanto tempo al di fuori della Nba, sognava e per questa finale pregherà per Sasha Djordjevic, il genio sul campo, una grande sorpresa come allenatore, milanese d'adozione visto che abita ancora dalle parti di via Solferino e che sogna sempre di tornare in città come generale dove è già stato per il periodo (2005-07) in cui c'era da svezzare Danilo Gallinari.

La invidiamo un po' questa Serbia che con i suoi 8 milioni di abitanti non vince tante medaglie come l'Italia, ma è nelle finali dove avremmo voluto esserci noi: nella pallanuoto contro la Croazia dopo aver eliminato la bella squadra di Campagna, nella pallavolo femminile, dove le azzurre hanno fatto flop, contro la Cina, ma soprattutto nel basket, dove loro hanno trovato quello che Azzurra tenera ha perduto a Torino.

Djordjevic ritrova alla Carioca arena gli Stati Uniti contro cui ha giocato la finale del mondiale due anni fa, perdendo, ma non sfigurando. Non lo ha fatto neppure nel girone di qualificazione quando avrebbe anche potuto portare al supplementare questo squadrone che ha sofferto più del previsto, ma che ha davvero un potenziale straordinario anche se non ha portato a Rio Lebron James e Stephen Curry. Come dice Gimbo Tamberi, il nostro sfortunato saltatore in alto con la grande passione del canestro, sembra che la squadra allenata dal mitico Mike Krzyzewski, santone di Duke, giochi sempre come il gatto col topo. Certo, può permetterselo, avendo Durant, Klay Thompson, Carmelo Anthony, il terribile stoppatore Jordan, anche se solo omonimo del grande Michael.

La Serbia ha fatto il massimo e contro l'Australia, in semifinale, è stata davvero straordinaria, concedendo solo 14 punti nei primi 20' alla squadra che aveva stupito tutti (quasi 30 punti alla Lituania nei quarti). Conoscendoli, però, non andranno in campo per chiedere autografi, perché così hai già perso, come dice Djordjevic che nel gruppo ha il genio sregolato Teodosic, il talentuosissimo Bogdan Bogdanovic e i due dell'Armani, il Macvan campione d'Italia con Milano quest'anno e il neoacquisto Raduljica un 2.13 che nella Nba, dove adesso gioca per Denver Nikola Jokic, c'è stato, seppure per poco, l'uomo che Sasha si era portato anche ad Atene dove le cose sono finite male.

Djordjevic e la nuova dimensione, più psicologo che stratega, maturato tanto dai giorni dell'apprendistato anche a Treviso, alla ricerca dell'anima di una squadra che fino a qui ha giocato sempre bene e gli stessi americani lo hanno riconosciuto dopo la vittoria nel girone. Tutti dicono che non ci sarà partita, ma la Serbia è la nemica peggiore se può far vedere la sua scuola senza tante pressioni. Come due anni fa al mondiale è uscita nella volata, ha talento e anche qualche vuoto pericoloso come il quarto tempo contro la Croazia spinta a meno 20 e ritrovata sul collo nella volata poi vinta 86-83 nella sfida dei rimpianti, come sarà quella della pallanuoto, perché in tanti si chiedono come sarebbe una squadra come quella della grande Jugoslavia distrutta dalla guerra civile maledetta.