Il calcio stellare s'inchina a Simeone: scudetto all'Atletico 18 anni dopo

Il calcio stellare s'inchina a Simeone. Ora derby-Champions. Messi non mette mai paura, Neymar divo

L'Atletico di Madrid ha vinto il campionato spagnolo. Diciotto anni dopo il titolo conquistato da Diego Simeone, allora centrocampista oggi allenatore. Decimo trionfo, un numero che a Madrid è l'incubo del Real, mercoledì prossimo alla ricerca della vittoria europea contro l'Atletico campione. Un pareggio sofferto, un punto storico ottenuto nella casa del Barcellona, centomila catalani illusi dal gol fantastico di Sanchez e delusi dal pareggio dell'uruguagio Godin. E alla fine Tata Martino fa i complimenti all'avversario e annuncia di non essere più l'allenatore del Barcellona. L'Atletico ha battuto qualunque pronostico, ha superato gli squadroni di Ancelotti e di Martino, ha tenuto a bada Ronaldo e Messi, ha reagito con rabbia e fame alla sfortuna che, nella partita decisiva di ieri, lo ha privato prima di Diego Costa e poi di Arda Turan, entrambi con i muscoli feriti, come poi Busquets, tutti vittime di una stagione feroce, così Ronaldo, così Van Persie, così Strootman e Vidal e Falcao. Quando le leghe decideranno di ridurre i campionati da 20 a 18 squadre allora il football tornerà a essere più umano e anche il livello tecnico si alzerà di cifra. Per il momento abbiamo assistito a un finale di stagione stremato, il prato dello Juventus stadium durante Siviglia-Benfica sembrava un campo di guerra, con i calciatori distesi, sfiniti, sfiancati.

L'Atletico di Simeone ribadisce che non servono i denari sontuosi per arrivare primi al traguardo anche se, dietro la facciata di un gruppo di bravi ragazzi, si nasconde una realtà finanziaria maligna, molti calciatori sono di proprietà di banche e fondi di investimento, una situazione che le federazioni e l'Uefa dovranno affrontare e risolvere definitivamente.

La partita del Camp Nou è stata comunque spettacolare per le emozioni e la capacità dell'Atletico di gestire il gioco abbastanza episodico e, comunque, monotono del Barcellona tradito dal suo uomo d'oro, Lionel Messi non è mai entrato nel gioco, mai è andato al tiro, mai ha messo paura vera agli avversari, la firma sul contratto da venti milioni annui è sembrato avergli riempito la pancia e il conto corrente. Senza le invenzioni del suo fuoriclasse, controllato assiduamente e fermato sempre ai venti metri, il Barcellona si è smarrito nel solito fraseggio, nemmeno l'ingresso di Neymar, più divo che fenomeno, ha aggiunto significato al suo football involuto che, per fortuna di Tata Martino, ha avuto in Mascherano un muro eccezionale davanti a un improbabile Pinto, portiere trentanovenne senza un passato e senza un futuro.

Di contro l'Atletico ha conservato sempre la compattezza difensiva con ripartenze immediate e ragionate, l'uscita di Diego Costa è stata pesante ma la squadra non si è smarrita né ha cambiato la propria anima che è stata poi la sua caratteristica per tutta la stagione, in Spagna e in Europa. Madrid fa festa doppia, in attesa del viaggio a Lisbona mercoledì prossimo. Le lacrime dei catalani segnano la fine di una leggenda che già era stata smascherata in champions. Il trionfo dell'Atletico significa che il football regala ancora la possibilità di sognare.