Il calcio Usa cresce, ma il baseball fa il botto

Rimbomba nel mondo la notizia del contratto fatto firmare dai Miami Marlins, squadra della Major League Baseball, a Giancarlo Stanton, 25 anni, esterno e fuoricampista straordinario, come testimoniano le 154 palline spedite in tribuna nel corso della sua carriera: 325 milioni di dollari, ora equivalenti a 259 milioni di euro, spalmati su 13 anni. Una mostruosità in assoluto e a frazioni: 259 milioni divisi per i 4.732 giorni di durata del contratto fanno 54.000 euro al giorno, cioé 1.620.000 euro al mese. Però una mostruosità che ha una sua logica, come vedremo. Premettendo che tutti quei soldi andranno a Stanton anche in caso di infortunio o “taglio”, al contrario di quanto avviene nel football dove i versamenti cessano nel momento in cui un giocatore, per qualsiasi motivo, non è più in squadra, la maggior parte di essi arriverà nella seconda parte del contratto: nel 2015 lo stipendio sarà identico al 2014, ovvero 6,5 milioni di dollari, salendo a 9 nel 2016 e a 14,5 nel 2017. Il che significa che Stanton prenderà meno soldi di quanti non ne avrebbe ottenuti chiedendo a una commissione indipendente, come è possibile fare nel baseball per chi è a fine contratto, di vedersi riconosciuto un compenso adeguato già dalla prossima stagione. In più, le cifre (relativamente) ridotte da qui al 2020 consentiranno ai Marlins di investire su altri giocatori.

E qui altro messaggio: nel baseball non esiste un tetto agli stipendi, ma viene stabilita di anno in anno una soglia oltre la quale va pagata alla lega una sorta di tassa sugli eccessi, e ci sono società che storicamente non intendono pagarla. Tra queste proprio Miami, che nel 2010, per eccesso di parsimonia, venne addirittura rimproverata ufficialmente dalla MLB, caso mai avvenuto nella storia. Il proprietario Jeffrey Loria del resto faticherà a scrollarsi di dosso la reputazione di taccagno: nel 2012 inaugurò il nuovo stadio, nei pressi del centro della città, ma al termine della stagione, chiusa male, cedette i giocatori migliori, dando ancora una volta l'idea che a Miami il baseball non fosse una cosa seria. Stiamo del resto parlando di una squadra che dopo avere vinto il suo primo titolo, nel 1997, aveva distrutto il roster a causa di presunti problemi economici, anche se all'epoca il proprietario era un altro.

Ma tutto questo non si scontra con l'idea, molto diffusa, che il baseball in generale sia in declino, e che Miami non sia una città di sport? Alla seconda domanda si può facilmente rispondere “è così”, considerando che solo la presenza di vere superstar come LeBron James ha saputo smuovere qualcosa, mentre alla prima bisogna argomentare con maggiore profondità. Si parla infatti spesso della crescente concorrenza del calcio e del fatto che le maggiori squadre europee e sudamericane siano ormai nomi familiari allo statunitense medio, grazie anche alle dirette tv dei campionati e della Champions League. Ed è vero che una ricerca condotta dalla Bloomberg lo scorso anno rivelò che l'età media dello spettatore (televisivo) delle partite di baseball era di 53,4 anni, nettamente superiore a quello per la Nba (41) ed Nfl (45), accrescendo dunque i timori che le nuove generazioni stiano virando verso altri interessi, ma le presenze negli stadi tengono botta, come vedete anche dal prospetto, e un'audience non soddisfacente per le prime partite delle World Series si è poi raddrizzata man mano che il pubblico ha compreso che i Kansas City Royals erano sì una “provinciale”, ma con un cuore grande e una indomabile voglia di vittoria, pur non realizzata.

È anche per questo, per le presenze allo stadio, per i contratti televisivi robusti sia sul piano nazionale sia su quello locale (i Los Angeles Dodgers prenderanno 334 milioni di dollari annui nei 25 di contratto con la Time Warner), per la vivacità che il baseball raccoglie anche tra i tanti ispanici residenti negli Stati Uniti - e che magari si dividono proprio con il calcio - che le campane a morto, o moribondo, per il baseball sembrano premature.