Campriani, argento studiato in America

L'ingegnere toscano vede sfumare l'oro. "Per laurearmi continuando a fare sport sono andato in Virginia. Da noi è impossibile"

nostro inviato a Londra

È che fa puff, la carabina da 10 metri. Non bang. E quando vinci un argento olimpico, quando lotti fino all'ultimo colpo per l'oro, e miri e spari, questi suoni da luna park rovinano un po' la magia del momento. É che sembra tutto meno serio, è che un po' guardi ‘sti ragazzi corazzati e sorridi e vien voglia di andare con i bimbi a Piazza Navona o al carnevale di paese per sparare e vincere l'orsacchiotto appeso nelle bancarelle. Invece in quel puff medagliato c'è qualcosa di terribilmente serio, c'è l'essenza dei mali del nostro sport. Perché l'argento di Niccolò Campriani, di questo garbato fiorentino 24enne, rappresenta tutto quello che potremmo essere e non siamo. La quotidianità medagliata del nostro avvio olimpico non ci deve trarre in inganno: sono le discipline invisibili a tenerci nobilmente a galla, a farci sognare di essere quella potenza che non siamo. E' un sogno, è meraviglioso, ma è sufficiente ascoltare un fresco campione con l'argento al collo non fare la solita dedica banale ai massimi sistemi, bensì argomentare e spiegare perché la medaglia è soprattutto per la sua famiglia, per avere la certezza che presto arriverà un pizzicotto a svegliarci da questo sogno olimpico. Siamo una potenza per caso, temporanea. E, talvolta, grazie ad altri, come in questo caso. Grazie America.

«A mia madre, a mio padre… a mio fratello» dice infatti Niccolò. A loro ha dedicato l'argento. «Perché so quanto gli sia costata la mia decisione di emigrare, di andar via, di trasferirmi anni fa negli States per poter continuare ad allenarmi e al tempo stesso studiare. La mia è stata una scelta di vita e con la medaglia li ringrazio per averla rispettata. So che non è stato facile, ma era troppo importante. Grazie al tiro ho vinto una borsa di studio in America, alla West Virginia University, e lì mi sono laureato in Ingegneria industriale. Trovo che sia bellissimo constatare che lo sport che ami, che pratichi da una vita, alla fine non diventa solo una passione ma anche qualcosa che poi dà l'opportunità di realizzarti nella vita normale. Il tiro mi ha aperto tante porte, mi ha offerto molte possibilità...».

«Anche quella di conoscere la mia fidanzata». Lo dice lui dopo una pausa, lo guarda lei da lontano. Sempre attenta, però. Petra, la compagna. Petra Zublasing, 23 anni, tiratrice anche lei, alla prima Olimpiade, ha chiuso dodicesima la sua gara l'altro giorno. «Purtroppo va così» racconta e conferma questa storia di emigrazione sportiva e di allenamenti stranieri. «In Italia non riesci a proseguire a un certo livello, incontri diversi ostacoli. Se penso a tutte le volte che ho chiesto se si potevano spostare gli esami o anticiparli o insomma fare qualcosa perché potessi preparare al meglio una gara senza perdere però il ritmo con gli studi. Ma niente. Difficile. Se le sessioni coincidevano, alla fine non ce le facevano fare. Io e Niccolò eravamo in due università diverse ma avevamo gli stessi problemi. E così alla fine siamo stati costretti ad andar via. Invece negli Stati Uniti ci pagano gli studi. Lui sta facendo il Master, io mi sto laureando in Ingegneria civile. Studiamo e ci alleniamo e gareggiamo per il nostro college. Cosa impossibile in Italia. E adesso abbiamo tutto il meglio per farlo: negli incontri internazionali gareggiamo per il nostro Paese, negli altri per l'università. E poi in Virginia le strutture sono al massimo livello. Da noi ci sono grandi poligoni, ma sono vecchi. Inadeguati. Il risultato è che all'estero non ci sono interruzioni, da noi a volte sì. E gli altri si preparano meglio...». E puff… Addio ori.