Carlitos, un altro "10" segna un gol da favola ma gli tolgono il dolce

Sempre più condottiero della Juve formato scudetto. Lo ferma solo Lamanna, portiere para rigori venuto dal nulla

nostro inviato a Torino

Tevezlandia ne racconta altre due. Un gol da fantastico diavolo castigatore e un rigore destinato alla gloria di Eugenio Lamanna, portiere panchinaro classe 1989, girovago di un altro calcio che, in tre presenze in serie A, ha parato due rigori. E parare un rigore al capocannoniere del campionato non è ricordo da tutti i giorni. Foto e cornice saranno d'obbligo. Ma tanto non poteva bastare per fermare la Juve, il suo diavolo e tutta l'artiglieria pesante e leggera di una squadra tornata a mangiare in trattoria italian style. Ma con piatti da gourmet.

Carlo Tevez ancora una volta mette la firma, la sua cattiveria, la determinazione e la qualità del campione che, nel caso, risolleva la bellezza del veder una maglia numero 10 con i colpi da numero dieci. Vede il pertugio d'area, si infila con due dribbling e una finta, si defila verso destra, eppoi fa partire il siluro dal basso verso l'alto. Seguono ohhh! di meraviglia, la faccia stupita di Allegri che gli aveva parlato pochi secondi prima: nemmeno gli avesse messo pepe nel motore. Gesto d'istinto quello di Carlitos che ha preso, è andato solo verso la porta, gesto da campione che dice: ci penso io. Come in Germania, chissà mai baciato dall'intuizione dei predestinati. Il mondo Juve forse nemmen si avvede del momento che sta vivendo. Ancora un 10 di quelli che ogni volta ti fanno risfogliare l'album, che fa storia, che ti strappa gli occhi e riconduce uno stadio alla bellezza del calcio: quello dei palloni che finiscono in gol con il colpo d'autore.

La Juve va, sempre più forte, magari con assenze che ti stenderebbero (Pogba, Pirlo), sempre più vicina allo scudetto. Contava vincere ieri per mettersi tranquilli e pensare alla Champions. Eppoi c'è Tevez, che non molla mai la guida. Juve che gioca con il pilota automatico, ieri vedevi gente che doveva avere ancora nella testa la sensazione di ebbrezza provata a Dortmund: intuibile dal modo di muoversi, quel correre con prepotenza fisica, l'approcciare ogni tackle. Stavolta è finita 1-0 per la Signora, esattamente come l'andata a favore del Genoa, unica squadra ad aver battuto i bianconeri in campionato. Conto saldato. Solo un gol per stare con il dubbio fino al termine, anche se la partita prometteva di più. La Juve ha concesso poco, ma qualcosa ha concesso. Marchisio ha rischiato un rigore su Perotti e l'arbitro ha iniziato la serie delle sue disavventure percependo, invece, una simulazione del genoano. Più tardi non vedrà un colpo di braccio di Bertolacci in area. Nella ripresa valuterà da rigore (inesistente) un contrasto fra Roncaglia e Pereyra, che ha trascinato la gamba.

Buon per Lamanna che ne ha tratto l'occasione per la gloria personale: palla deviata al tiro morbido di Tevez, dopo aver messo la museruola a Liajic in dicembre. Quella volta subentrò al Perin espulso, stavolta al Perin infortunato alla spalla (salta anche la nazionale). Storie del pallone che ci mette fantasia: un ragazzo comasco che ha girato nel calcio di retroguardia fra Gubbio, Bari e Siena, pescato come svincolato dal Genoa, eppoi spunta dalla panchina per dire “ci sono anch'io” al meglio del calcio nostro.

Non è bastato, perché la Juve aveva già centrato il risultato, il suo esercito marciava verso la meta: pochi tiri in porta, Llorente che si mangia un contropiede partito da Tevez, qualche pericolo sventato, qualche altro destinato a infrangersi, magari sulla traversa come quel tiro di Chiellini scaturito da una mischia che ha provocato una parata di Perin e il fallo di braccio di Bertolacci. Juve sempre un po' in difficoltà nell'uccidere le partite. Ma, per ora, ha ucciso il campionato.