"Chiamatemi gregario e io vi appendo ai Muri"

A 38 anni ha vinto la Gand, domenica ci riprova nel Giro delle Fiandre: "Aiuterò il mio capitano, ma se lui non ce la fa..."

Molti dei suoi coetanei al muro hanno appeso le proprie foto ricordo. Luca Paolini, a 38 anni compiuti, pensa invece ancora ai «muri»: quelli del Fiandre. Dopo aver trionfato domenica scorsa in una gelida e ventosa Gand-Wevelgem da leggenda, uno dei nostri più bravi interpreti delle corse del nord è pronto a ributtarsi nella mischia già da domenica: al Giro delle Fiandre appunto. Una di quelle corse nelle quali occorrono tante gambe, ma anche molta testa e cuore. «Se non si ha voglia di prendersi dei rischi, su queste strade non si va da nessuna parte», dice l'esperto corridore milanese di nascita, ma comasco di adozione.

Paolini la Gand non è una classica Monumento, non è il Fiandre per intenderci, ma è corsa in ogni caso dal grande «pedigree».

«Fa parte della storia del ciclismo. È una classica del nord a tutti gli effetti, che io ho avuto la fortuna di vincere inaspettatamente in quell'età in cui è più facile stare seduti sul divano a vedere le corse in tivù».

Non vinciamo la "Ronde", come viene chiamato il Fiandre, dal 2007 con Alessandro Ballan e la Roubaix addirittura dal 1999 anno di Andrea Tafi.

«Se è per questo non vinciamo una classica Monumento dal 2008, anno di grazia di Damiano Cunego, che vinse per la terza volta il Lombardia».

Esatto. Quindi?

«Quindi cosa volete da me? Io ho già fatto il mio. Io da sempre ho come compito principale quello di aiutare il mio capitano. Prima Paolo Bettini, adesso il norvegese Kristoff. Domenica però, nel vento e nel gelo, lui però mi si è affiancato e mi ha detto: "Non è giornata, se vuoi fai la tua corsa...". Ci ho provato e mi è andata bene».

Al via non ci saranno Fabian Cancellara e Tom Boonen: sarà meglio per lei?

«Sarà meglio per Kristoff, perché io domenica tornerò al mio posto. Certo, se non dovesse stare bene, e io sentissi le stesse sensazioni di Gand, è logico che non mi tirerei indietro».

Uomini da battere?

«Per il Fiandre, oltre a Kristoff, metterei il gallese Geraint Thomas, che anche alla Gand forse era il più forte. E per la Roubaix ti faccio il nome di Bradley Wiggins: si è messo in testa di vincere questa grandissima corsa e quando Bradley si mette in testa una cosa...».

E gli italiani?

«Ci sono eccome. Daniel Oss sta pedalando molto bene e quest'anno farà il salto di qualità. Stesso discorso per Manuel Quinziato e Matteo Trentin. E poi c'è sempre Filippo Pozzato: su quegli strappi impervi e spigolosi, asfaltati di pietre che qui chiamano “muri“ lui si esalta».

Spieghi a chi non lo conosce il fascino del nord.

«Qui c'è una cultura ciclistica pazzesca. Domenica, per il Fiandre, come ogni anno ci saranno milioni di persone lungo il percorso. È festa nazionale. Il tifo è da Maracanà. Le strade sono mitologia pura. Insomma, qui ti senti un eroe».

Paolo Bettini sostiene che lei abbia una grande capacità: prendere decisioni in tempo zero.

«Sono istintivo, certe cose le ho dentro. È una fortuna».

Ha vinto in carriera 23 corse, e anche un bronzo ai mondiali di Verona: non si è mai pentito di essersi dedicato troppo agli altri?

«Ognuno di noi deve avere l'intelligenza di capire quello che vale. Io penso di conoscermi molto bene».

Se la chiamano gregario si offende?

«Un po' si, perché non sono un gregario vecchia maniera. Io sono una sorta di Pirlo in corsa, che detta i tempi e ti mette la palla sul piede. Io leggo la corsa e porto il mio capitano in rampa di lancio. Tutta un'altra cosa».