Com'è dura far posto alle bandiere

Da Rivera a Del Piero sempre niet. E chi riesce non ha ruoli decisionali

Il salto impossibile, o quasi, dal campo alla scrivania nel club di cui sei diventato una bandiera. Paolo Maldini l'ultima conferma. Non è questione di ragione o torto, ma di una tradizione consolidata. Allungata dall'ex capitano rossonero che di fatto ha chiuso, probabilmente una volta per tutte, la porta a un suo possibile ritorno nel Milan.

È come se il mondo del pallone italiano avesse una sorta di auto-difesa dai grandi calciatori. Un virus trasversale se si pensa che nelle stanze dei bottoni del pallone tricolore non si sono mai seduti ex calciatori. Se nemmeno dopo un fallimento come il mondiale brasiliano si coglie l'occasione per invertire la tendenza, qualcosa vorrà pur dire. Se Demetrio Albertini perde contro Carlo Tavecchio la sfida per l'elezione a presidente federale, senza entrare nel merito di programmi e persone, è solo la conferma di un movimento intrappolato in logiche burocratiche.

Istituzioni o club, le bandiere del calcio italiano sono ingombranti, troppo per essere inserite negli organigrammi delle società. Al massimo hanno ruoli di rappresentanza o poco più. E quando succede, comunque, il processo di crescita avviene per piccoli passi. Da Pavel Nedved, ancora chiamato sotto la curva a ogni gara della Juve, a Javier Zanetti, più ambasciatore che altro all'Inter. Due vice presidenti, ma per operatività niente a che fare con Giampiero Boniperti, soprattutto, e Giacinto Facchetti.

Se sia questione di physique du rôle o altro, non cambia la sostanza. Eppure all'estero succede che Karl-Heinz Rummenigge si trovi a parlare con Andrea Agnelli non solo di tecnica ma anche di economia. E anche la nuova Fifa di Infantino sta coinvolgendo ex campioni nel proprio board: Boban che avrà anche poteri decisionali e Van Basten con un ruolo di consulente.

Solo in Italia, non accade. Era successo a Rivera, si sta ripetendo con Maldini. Non solo. Nella Juventus finora non c'è mai stato posto per Alessandro Del Piero e le difficoltà nell'ultimo rinnovo di Francesco Totti con la Roma, erano soprattutto legate alla richiesta del capitano giallorosso di avere una scrivania vera, un ruolo operativo e non di rappresentanza. Ma in Italia la bandiera sventola solo in campo. Poi si mette via, non nel cassetto di una scrivania. Troppo ingombrante.

Commenti

Tamagorà

Mer, 12/10/2016 - 08:35

Ci si dimentica che un calciatore vale come tale, mentre volerlo riciclare in compiti non suoi e' un errore tecnico. La "bandiera" deve sventolare in campo, mentre in un ufficio, quale che sia, serve solo a spolverare.