il commento 2

P revedo Garcia mentre, nervosamente, risale i gradini che portano al campo dell'Olimpico; sottobraccio il solito bagaglio appresso, sciarpa giallorossa, taccuini, borsetta e, sul volto, quell'espressione di chi ha appena scoperto il furto dell'auto. Immagino Benitez mentre sta preparando il quadernetto sul quale si metterà a scrivere, non si saprà mai che cosa, un secondo dopo il fischio d'inizio della partita; poi si alzerà e con le gote imporporate prenderà a incazzarsi con l'arbitro, gli assistenti e gli opinionisti della tivvù. Roma-Napoli diventa l'ultimo atto di una imprevista commedia francospagnola, con il gusto sadico di noi italiani, spettatori della recita. Di mezzo c'è un posto in Champions che non è soltanto prestigio e passerella ma significa denari pesanti, necessari, indispensabili. Restare fuori è un fallimento.

Garcia si è fatto strega delle favole, si era presentato come un principe di Francia ma si è trasformato in una vecchia zitella inacidita, stressato dai punti di svantaggio e dal volgare brusio del cortile nostrano che si interessa sempre dei fatti privati altrui; suonava il violino e rischia di essere trombato, ha continuato a domandare allo specchio chi fosse il più bello del reame, in ritardo ha capito che la risposta non lo riguardava direttamente.

Benitez ha preso le peggiori abitudini italiane, era ritornato dall'isola inglese là dove aveva vinto coppe, come gli capita puntualmente dovunque approdi, il suo riscatto dopo le torte in faccia prese dal gruppo interista che lo chiamava "el gordo". La panza è rimasta tale e quale ma il tono pacioso, calmo, disponibile, sereno, è stato sostituito da reazioni stizzite, infantili, permalose; ora deve battere un avversario che ha la stessa urgenza e paura.

Attorno c'è un clima cattivo, tossico, il timore forte che qualcosa possa o, addirittura, debba accadere. Giustamente è il sabato di passione. In tutti i sensi.